venerdì 7 marzo 2014



Elegia volterrana.

Ho un legame speciale con la città di Volterra e con la sua gente. Naturalmente, quando un poeta parla di un legame, si deve intendere il sottile filo della memoria che non distingue più tanto bene tra la realtà, l’attesa ed il sogno e mescola i vivi con i morti, l’inganno con la verità, la finzione e l’estraneamento con la fisicità. Volterra è talvolta carne viva, un’amata ed un’amante, un’ombra ed un bagliore, ma talaltra tristezza e morte. La incontrai nella mia età fiorita, uno dei primi amori e dopo, incessantemente, son seguite stagioni feconde, amicizie, compagni, successi e, com’è giusto, qualche amarezza e dolore. Nel mio scrigno immateriale, un canzoniere, lascerò un quaderno dedicato a Volterra, “Elegia volterrana”, dal quale proporrò sul blog qualche verso, una dedica speciale a questa superba ed arcigna città, che amo.

Un lamento struggente di campane [i]

Volterra, un lamento
struggente di campane
a San Giusto,
sopra un mare di
terra,
e un odore
d’arrosto col fumo
d’un camino,
greve, sui vicoli a
Volterra.

S’era d’autunno
e un viso di demente
balenava,  quasi per
gioco, ai crocicchi,
poi urlava con
i denti radi ai
corvi del cielo.

Noi s’andava al
parco di San Pietro,
furtivi,
 c’era Renata, lassù
che ci aspettava.

E fu così che anch’io
m’innamorai a
Volterra.

Volterra, sconforto
di attese, di verdetti
nei corridoi
di corsie dolenti,
mi ammaliarono
gli occhi di una donna
bellissima e cortese.

Mi guarì
il male della vita,
fu cura intensa
e breve,
e mi lanciò
incontro al farmi uomo:
ora anche lei
è sparita.

Etruria

Abbiamo dato a Roma,
regina del mondo,
i sette re e i valorosi
            guerrieri,
le lame forgiate
            coi metalli        
delle nostre miniere,
le vele spiegate
            nei mari,          
le pingui spose lascive
e i tiepidi lavacri.

La nostra terra
è ancora questa,
            dormiente,
di ondulati vigneti
e biade fluenti,
di grandi querce
            e torrenti
            e noi,
            relitti
            del tempo,
sorvegliamo
            i sepolcri,
            muti
            custodi
dell’alba dell’uomo.

Anima blandula e frale

Volterra
città di santi e di guerrieri
d’uomini dotti e pii
creatori di sogni e d’armonia

Volterra
città vestita di malinconia
che lentamente
tornerai ai fondali
di mari primordiali

Volterra
ala di nero corvo
su neri cipressi
salmodiante di magici misteri
e ossa sparse di morti
in rupestri cimiteri

Volterra
unica donna che non ha l’uguale
anima blandula e frale
smeraldo al confine del cielo
desiderio
racchiuso nel lontano mare

Volterra
tremula sulle antiche scale
follia sogno bacio carezza

Volterra mia
immortale.

Bella e triste Volterra…

Bella e triste Volterra
nella sera quieta d’autunno
mentr’io vado per le antiche vie
calpestando conchiglie morte
di mari primordiali,
morte, come un amore
ancora vivo
che riaffiora implacabile
a ferirmi,
tra queste mura
solo apparentemente impenetrabili
al dolore.

Al Caffè dei Fornelli

Stamani, poco prima dell’alba,
ho sognato di star seduto al Caffè dei Fornelli
con una ragazza della quale ero stato innamorato.

Eravamo insieme, di fronte ad una finestrella
incassata, in attesa di ordinare un cappuccino.

Da tanto non la vedevo, ma adesso,
in quella luce dorata, era ancor più bella.

Parlavamo sottovoce del perché
ci eravamo perduti. Così, ponendo
delicatamente la mano sopra la sua,
le ho chiesto scusa per un rapito  bacio
- una specie di troppo audace passione -
e lei, mentre una lacrima chiara
le bagnava il ciglio m’ha interrotto:
 - allora avevo paura,
ed ora è troppo tardi, il tempo vola
e, come vedi, sono sola. –

Mentre avvicinavo timidamente
la bocca alla sua…mi son svegliato.

Primo vagito e sudario

Volterra, primo vagito e sudario,
terra d’antichi mari
che in pianto ti sciogli
su gialle foglie di platani,
mai t’ho amata tanto
come in quest’età fredda
di pianto, in questo giorno
breve, in quest’inceder
                        greve,
non partire per l’abisso siderale,
non chiudere i portelli
all’ultimo passeggero,
al prigioniero di sogni.

Cosa ne è di quel dolce viso?
Di quei ricci capelli?
Di quel sorriso
d’ardenti occhi neri?

Pensieri di morte, Volterra.

Un vento lamentoso
agita i miei pensieri.




[i] Sono spesso rimproverato, per la mancanza di legami amichevoli nel paese dove vivo, con la frase “Tu, sei ormai più volterrano che castelnuovino, così non hai relazioni stabili e amichevoli né lassù, né qui!” In parte è vero. Sono molto legato a Volterra, lo confesso. E Volterra mi ha dato tanto. Però non mi sono amalgamato con il suo stratificato e profondo vissuto. Bisognava essere nati nei “Borghi”, avere fatto il bagno nelle “Fonti”, essere ritornato a casa tardi nei giorni d‘estate con i  ginocchi sbucciati per le guerre tra monelli negli sdruccioli, piazze e vicoli, aver respirato la polvere bianca nelle botteghe degli alabastrai, per dire: “sono un volterrano!” Gli studi, interrotti dopo le elementari, non mi hanno consentito di conoscere i “collegi” volterrani, né le scuole superiori,  tenute in grande considerazione in tutta la Toscana ed anche più in là. Nella fabbrica dove arrivai tredicenne ho conosciuto molti operai e impiegati di Volterra. Con alcuni sono diventato, nel tempo, un grande amico, anche con quelli che divergevano profondamente dalle mie idee politiche e sindacali, come l’indimenticabile segretario della Cisl, Aldo Batistini. Poiché mi sono avvicinato precocemente al Partito Comunista Italiano ho goduto della conoscenza e,  talvolta, dell’amicizia, di quasi tutti i “quadri dirigenti” che si sono avvicendati nelle maggiori cariche politiche, sindacali, associative e di governo della città, dagli anni ’50 all’inizio del XXI secolo. Naturalmente non è mancato, fra le mie conoscenze, il contatto con la malattia e la morte. Giorni tristi, di sconsolata disperazione, e, qualche volta, di gioia per uno “scampato pericolo”. Ho cercato di mettere, nero su bianco, i ricordi e le emozioni in poesia. Un omaggio non convenzionale a questa città. Voglio inoltre aggiungere che le mie figlie si sono diplomate alle scuole superiori di Volterra, con programmi didattici e insegnanti di notevole valore! Così per dieci anni sono stato testimone e attore di levate alle 6 del mattino e rientri alle 14,30 (e, se non facevano in tempo a prendere il bus ecco che babbo con la sua vetturetta suppliva a quel po’ di sonno impigliato nelle lenzuola!) Quando infine, a metà degli anni ’90, mi sono avvicinato al mondo degli Archivi , Volterra è ritornata fondamentale nella mia vita. Lassù ho conosciuto i “grandi” che mi hanno accompagnato con serietà e amore nell’arcano mondo della millenaria storia della città  e del suo territorio: Marrucci, don Bocci, Lessi, Porretti, “Tista”, Ferrini, Migliorini, Fiumi…vi ho conosciuto anche Bernard Vanel, l’amico di Mende, che ne ha tracciato un profilo vivace e moderno nel suo libro “Ombres Toscanes” e poi il fotografo Fabio Fiaschi e la sua deliziosa figlia, Annalisa, l’astronoma e Silvia, l’infaticabile appassionata “salvatrice” di Archivi destinati alla consunzione. Devo a Volterra la gioia di questi ultimi anni: la nomina a socio corrispondente dell’Accademia dei Sepolti, membro dell’Organo di Indirizzo della Fondazione CRV, Presidente del Comitato organizzatore di un grande evento d’arte. Senza dimenticare che il Gruppo Astrofili Volterrani (GAV) ha ospitato sul suo link cinque mie poesie e canzoni, ispirate alle stelle e che, come socio degli Amici della Natura (GIAN), vado il 31 dicembre al “Vile” a dare l’addio all’anno vecchio, in attesa del nuovo, tra i più carissimi amici: Angela, Girolamo, Ave, Fabio, Sonia, Maurizio, Rosanna, Cesare…! Perciò ho deciso di dedicare una piccola silloge poetica a Volterra, la città che amo, nelle sue contraddizioni e nella sonnolenza, nelle belle donne, nella cucina sapiente, e nella profonda malinconica solitudine che tutta la pervade. 

Nessun commento:

Posta un commento