giovedì 22 giugno 2017






Guernica (1937-2017).


Il Padiglione spagnolo nell’Esposizione Internazionale delle Arti, Industria e Vita Moderna,  che si svolse a Parigi nel 1937, è conosciuto soprattutto per l’opera “Guernica” di Pablo Picasso, che il governo spagnolo  espose come principale pubblicità artistica, ed a un tempo diplomatica,  dato che si intendeva, attraverso la partecipazione, sensibilizzare ed avere un appoggio della Comunità Democratica Internazionale per la difesa della Repubblica impegnata nella guerra per respingere l’aggressione delle armate fasciste del Generale Franco, sostenute dai governi di Hitler e Mussolini. Insieme a Picasso furono presenti  Julio Gonzalez, Alberto Sànchez, Joan Mirò, Alexander Calder y José Gutiérrez Solana. Il Padiglione fu progettato da Josep Lluìs Sert y Luis Lacasa. Ricordiamo l’evento nell’80° anniversario.

martedì 20 giugno 2017

Charcot.


Nel pomeriggio sono andato a trovare Roberto Marmelli, scultore, nel suo studio in via Borgo Lisci 87 a Saline di Volterra. Marmelli è un artista di notevole talento creativo, lo conosco da molti anni, ma solo da poco  tempo ho scoperto i suoi lavori. La prima volta che entrai nello studio notai  un “oggetto” negletto, posato quasi a terra dietro la porta di ingresso, mi colpì, più dell’espressione artistica, la scritta CHARCOT.
Gli chiesi delle spiegazioni e Marmelli mi disse che il lavoro servì per illustrare la copertina di un CD musicale di un gruppo rock volterrano. A lui non piaceva molto la musica rock e quei suoni gli riportarono alla mente i racconti di suo padre, infermiere all’Ospedale Psichiatrico di Volterra, il famoso “manicomio” che nacque nel 1884 come “Ricovero di mendicità” e si ampliò nel 1888 con una sezione di dementi tranquilli della provincia di Pisa. Nella prima metà del Novecento l’Istituzione manicomiale assunse proporzioni sempre più  grandi, fino ad ospitare diverse migliaia di pazienti, uomini e donne, in numerosi “padiglioni”, compresi  quelli della “sezione criminale” nel famoso padiglione dedicato a Enrico Ferri (1856-1929), giurista e parlamentare esperto di problemi  legati alla criminalità. Sottostante il “Ferri” si trovava l’edificio ove lavorava il padre di Roberto, il padiglione “Charcot”.
Avevo letto da poco un libro, molto interessante, che parlava appunto del dottor Charcot, direttore a cavallo tra ‘800 e ‘900 del più grande frenocomio femminile d’Europa situato nel centro di Parigi, e della sua strana relazione con una paziente, la cui vita si intrecciò con quella di Marie Curie. Alle mie nuove domande Marmelli mi ha risposto che la sua opera  vuol raffigurare  l’aspetto del reparto Charcot, nel cui salone si trovava un tavolo molto lungo e intorno a questo tavolo i pazienti giravano all’infinito cantilenando una nenia ossessiva, erano tanti, ma ognuno era solo nella sua pazzia, fino a quando gli infermieri non li interrompevano. Le figurette scolpite vogliono rappresentare la sofferenza delle persone. La doratura del manufatto vuol rappresentare invece  una esistenza che non esiste, cioè il contrario della condizione dei dementi. Tutti i materiali sono però poveri, legno, plastilina e metallo.

Ho scattato alcune fotografie, pensando ad un uso illustrativo per un mio breve saggio che uscirà nel prossimo mese di giugno 2018. 


Fabbrica Amica (Volume I).
PASSIONI, SPERANZE, ILLUSIONI.

CAP. XIV


22. La presenza in fabbrica del Pci apre prospettive di avanzata unitaria per lo sviluppo produttivo e per una maggiore tensione morale e ideale tra i lavoratori (1977)

         “Non ci sono sforzi, per quanto grandi, che la classe operaia ed i lavoratori non siano capaci di compiere, se essi servono a realizzare un grande obiettivo di sviluppo e di rinnovamento della Nazione. E proprio questo è il momento, sia degli sforzi, sia della lotta stringente e decisa per grandi obiettivi di trasformazione, per grandi mète sociali, politiche e ideali. E perciò questo è anche il momento in cui deve balzare in primo piano la partecipazione democratica, l’intervento continuo dei lavoratori e dei cittadini e soprattutto la funzione che ha un Partito come il nostro nell’orientamento e nella lotta delle grandi masse. Quale altra formazione politica potrebbe fare le nostre veci nell’assolvere questa funzione?”

         Così il compagno Enrico Berlinguer si esprimeva nella sua relazione al Comitato centrale del Pci il 18 ottobre 1976 indicando obiettivi immediati ed altri traguardi sociali e politici che devono essere al centro della lotta delle masse, alla cui guida devono porsi la classe operaia, i suoi partiti storici e, primo fra questi, il Partito comunista.
         E ancora, analizzando con grande efficacia i guasti prodotti da una lenta corrosione delle coscienze, ne individuava le cause “a forme di un individualismo esasperato, alla rincorsa al guadagno facile, alto e immediato, della ricerca del poco lavoro, del poco studio, del poco rischio, alla fuga dalle responsabilità e dall’impegno, all’assillo di pervenire a uno stato sociale di successo e di prestigio, prescindendo dai meriti e dagli sforzi, alla mitizzazione dei consumi individuali”.
         Ebbene, se da una analisi generale ci riportiamo alle situazioni reali, ad esempio a quelle della nostra Fabbrica, l’Enel-Larderello, non possiamo fare a meno di riconoscere che molte tra le cause dei guasti sono presenti, così come è presente un potenziale sano che tende al rinnovamento, alla trasformazione e della Fabbrica e della Società.
         Affrontando i temi delle lacerazioni interne e dei motivi di malessere dobbiamo innanzitutto rilevare il problema degli sprechi: sotto il profilo dell’utilizzazione del personale e sotto quello della produttività degli impianti. Il personale, all’Enel-Larderello, non è troppo: è male impiegato e male distribuito. Ci sono chiaramente decine di posti inutili, che andrebbero aboliti e reparti operativi dove gli operai scarseggiano. Certo, mentre non è giusto alimentare all’esterno il continuo miraggio di “un posto all’Enel”, e quindi si impone il reale controllo dei concorsi esterni di assunzione, pensiamo non sia giusto scaricare semplicisticamente le inefficienze della classe dirigente e la mancanza i quella volontà politica nuova, che tanti danni ha causato al Paese, sui lavoratori.
         Non possiamo nasconderci, tuttavia, di essere in presenza di allarmanti fenomeni di assenteismo e si nota una mancanza di rigore, di moralità, nel modo di vivere la giornata di lavoro. Il tempo effettivamente lavorato è diminuito, con il silenzio di tutti. Oltre ai motivi di fondo, già richiamati, della “corrosione delle coscienze”, ciò si deve al fatto della deresponsabilizzazione che c’è a tutti i livelli direttivi dell’Enel, e sulla omertà dei Capi, i primi veri assenteisti e corruttori.
         Le responsabilità della dirigenza Enel, si manifestano maggiormente esaminando gli impianti: grandi centrali non hanno prodotto più del 50% della loro capacità. Il trasporto di vapore da lunghe distanze causa notevoli perdite di energia. Studi seri e applicazioni pratiche non vengono condotte per lo sfruttamento di grandi quantità di fluido contenenti cloruri, gas o acqua. L’aggiornamento tecnologico è pressoché inesistente; tutti i reparti risentono di una evidente dequalificazione ai vertici. Intanto non si acquistano nuove turbine e si va avanti solo a promesse. Il danno economico causato da una gestione di questo tipo è stato enorme e la collettività ne paga le conseguenze.  Se nel nostro Paese esistesse un minimo di moralità i responsabili ne avrebbero da tempo dovuto rendere conto. Dunque è l’ora che tutti ci facciamo carico di questa situazione. Le Organizzazioni sindacali in primo luogo dovrebbero scendere in campo richiedendo impegni di programmi e di investimenti ben precisi, controllabili e credibili. Su questa linea impostare la lotta dei lavoratori elettrici e delle popolazioni, altrimenti c’è il rischio che la “vertenza comprensoriale” e la grande mole di lavoro portata avanti unitariamente in questi ultimi mesi sui problemi della geotermia, rimanga pura accademia e, come tante altre volte è accaduto in passato, risulti vincente la linea gattopardesca di chi su un rele sviluppo delle capacità produttive nell’energia geotermica non ha mai creduto.
L’altro tema sul quale occorre dedicare la nostra attenzione riguarda gli sfruttamenti plurimi dell’energia geotermica. Sembra che l’Enel sia finalmente disponibile a cedere alla regioni, e quindi, agli Enti locali, (Comprensori, Comunità Montane, Comuni) i “soffioni” non utilizzabili per la produzione elettrica. Questa disponibilità va concretamente verificata e se reale passare a progetti finalizzati nel campo agricolo, chimico, industriale, civile, capaci di dar vita ad Imprese che non solo darebbero ricchezza nel senso della produzione, ma garantirebbero in parte quell’espansione e diversificazione dell’occupazione che il settore elettrico non può assicurare in rapporto ai costi/ricavi della produzione.
A tutti i nuovi posti di lavoro che si creeranno si dovrà accedere mediante concorsi pubblici e democratici, evitando gli sprechi sociali e dando a ciascuno la possibilità di realizzarsi attraverso l’utilizzazione delle capacità intellettuali e professionali. Certo, i problemi degli sbocchi occupazionali legati alla professionalità e al livello degli studi non si risolveranno completamente. E’ comunque il momento per affermare che non potrà essere l’Enel il traguardo finale per tutti coloro che attendono di inserirsi nell’attività lavorativa. Anzi occorrerà fin da ora prevedere le linee di sviluppo dei nostri Comprensori a medio termine, quando cioè saranno entrati in funzione i grandi impianti termonucleari. Se è vero che l’energia geotermica non è sfruttata pienamente per produrre energia elettrica occorrerà puntare decisamente a produzioni diversificate, non solo capaci di produrre maggior valore, ma che siano capaci di consentire notevoli ampliamenti nell’occupazione coinvolgendo le masse femminili, oggi totalmente emarginate dai processi produttivi.
Dopo aver sconfitto la politica dello smantellamento di Larderello (e della Società Chimica, della Salina di Stato, dell’Idrill) e dopo aver adeguatamente sostituito e reintegrato gli organici rapidamente diminuiti a seguito delle note ed ingiuste leggi sui pensionamenti, dobbiamo riconoscere che non è seguito uno sviluppo produttivo adeguato, che, specialmente nel settore dell’energia elettrica era possibile compiere in tempi brevi, dando in tal modo un reale contributo alle drammatiche carenze energetiche del Paese e della regione Toscana. Non possiamo nascondere che una mancata ripresa di incremento produttivo, che abbracci sia la ricerca sia lo sfruttamento delle forze geotermiche, bloccherà ulteriori assorbimenti di manodopera e addirittura metterà in discussione i livelli occupazionali adesso raggiunti.
E’ pertanto sul tema dello sviluppo delle attività produttive, degli investimenti, dei programmi di ricerca condotti con l’unità di tutti gli Organismi preposti, che devono essere concentrati i nostri sforzi e la nostra attenzione. Sia a livello di Fabbrica che di territorio, per quanto concerne le Organizzazioni sindacali, sia per altri organismi elettivi, siamo in presenza di condizioni nuove rispetto al passato che ci possono facilitare la lotta per la ripresa produttiva, come testimonia la volontà unitaria emersa intono ai temi della Conferenza di produzione Enel-Larderello e alle successive iniziative portate avanti anche dai partiti politici del Comprensorio: Dc, Pci, Psi, Psdi, Pri. Questa unità è un fatto estremamente positivo, ma va rafforzata, estesa e concretizzata soprattutto con la partecipazione diretta dei comunisti alla vita della Fabbrica.
E’ stato frequentemente rilevato che spesso il comunista non svolge attività politica dentro la “sua fabbrica”, come se questo terreno non fosse di sua competenza. E’ stato anche rilevato che i quadri comunisti presenti in fabbrica sono disponibili in buon numero, ma che nel Cud, nel sindacato, nelle Assemblee generali dei lavoratori, la loro presenza è molto limitata. E’ questo un elemento importante da approfondire perché proprio per i compiti urgenti e nuovi che siamo chiamati ad assolvere, come ricordava il compagno Berlinguer, e per realizzare l’unità politica dei lavoratori, è invece determinante avere a livello di fabbrica una organizzazione forte ed efficiente del Pci. Occorre dunque riconsiderare la funzione del Partito e privilegiarlo dentro la Fabbrica, ricostituire i nuclei comunisti suoi luoghi di lavoro, le cellule operaie nelle Sezioni territoriali fino a giungere alla costituzione di un “Comitato politico” che abbracci tutti i compagni operanti nelle fabbriche del Comprensorio.
Il terreno della fabbrica non può essere gestito soltanto dalle Organizzazioni sindacali. Nelle rispettive autonomie lo spazio che deve ricoprire il partito è vasto e in primo luogo parte dall’esigenza che esso può offrire al sindacato importanti punti d’appoggio, favorendo la costruzione dell’unità e non ostacolandola, come  si sente dire. Ma soprattutto è importante per quel balzo di qualità che la classe operaia deve compiere per superare visioni ristrette, di categoria, di determinato privilegi e invece legarsi ai problemi più generali, di zona e nazionali, per riaffermare la volontà di trasformazione del Paese in senso socialista.
La ripresa della propaganda, partendo da forme molto semplici, dal volantino, dal manifesto, dalla diffusione dell’Unità e della stampa locale, come “Il Soffione”, fatta in modo continuativo, deve essere l’occasione di lavoro e di aggregazione degli strumenti che ci apprestiamo a costruire. Sembra esista ancora, a Larderello, un falso pudore, un senso d’impaccio nel manifestarci apertamente per comunisti. Lavorare nel sindacato è forse più facile e senza sottovalutare il nostro impegno in questa Organizzazione, lo riteniamo tante volte come una posizione di fuga da un impegno che richiede, oltre al lavoro oscuro, sacrifici negli orari, nell’imporci un modelli di vita e di comportamento, nella rinuncia a tanti elementi di individualismo, che spesso in noi riaffiorano.
Sarà dunque di grande rilevanza per tutta la generalità dei lavoratori se sapremo tradurre con urgenza nella realtà delle fabbriche e dell’Enel-Larderello lo sforzo organizzativo del Partito, se porteremo di nuovo tra le masse la sua presenza viva, se sapremo intorno ai suoi ideali, alle sue scelte rivoluzionarie, costruire un centro di aggregazione e di propulsione per tutto il movimento, guardando con fiducia verso i giovani che in così gran numero sono presenti in fabbrica, rinsaldando i legami tra le vaste categorie operaie, costruire rapporti nuovi con l’esterno, con i ceti sociali più frantumati, con le donne, gli impiegati, i tecnici, i contadini e gli studenti, capaci cioè di tradurre in azioni credibili alla base la linea rivoluzionaria e profondamente positiva – in un momento di drammatiche incertezze e lacerazioni, come quello che stiamo vivendo nel Paese – del Partito comunista italiano[1].






















[1] gc, in “Speciale dal Bacino Geotermico”, n.u., Comitato Pci Enel-Larderello, 25/1/1977, pp. 4 con il titolo: “Contro gli sprechi e per un razionale sfruttamento delle risorse e delle energie all’Enel-Larderello. Indispensabile il contributo del Pci”.

sabato 17 giugno 2017


 Umberto Bavoni, Consolo dell'Accademia dei Sepolti di Volterra.
 SE Mons. Vescovo di Volterra Alberto Silvani
 Prof. Renato Bacci, relatore dell'Orazione della cuna dedicata a Giovan Battista Batistini
 Ritratto di G.B. Batistini dell'amico pittore Carlo Lazzeri.
Il poeta e drammaturgo Migliorini declama i sonetti di GB Batistini.
 Palazzo dei Priori di Volterra
Piazza dei Priori di Volterra.


ACCADEMIA DEI SEPOLTI – VOLTERRA.

Mi onoro di far parte dell’Accademia dei Sepolti di Volterra fin dall’anno 1998 e di aver avuto per “padrino” il dottor Angelo Marrucci insigne storico e Consolo dell’Accademia stessa. L’Accademia dei Sepolti è una delle istituzioni più prestigiose ed antiche di Volterra, essendo stata fondata il 17 marzo 1597 da quattro giovani: Francesco di Niccolò Incontri, nobiluomo, Giovanni Villafranchi, prete e poeta, Martino di Antonio Falconcini, dottore in medicina e Giovan Battista Seglieri, chierico, commediografo e poeta. Si chiamò Accademia dei Sepolti perché i fondatori  volevano “seppellirsi nelle scientie et nelli versi, ma anchora per spaventare et atterrire  gl’huomini maligni, che ardissero di voler ritirare gli accademici dalla strada della virtù.” Il loro motto fu “OPERANTUR SEPULTI” e come stemma, con il quale da allora sono conosciuti, elessero una scopa carica di operosi bachi da seta.  Il primo Consolo, che rappresentò il Capo dell’Accademia, fu padre Guglielmo Del Bava che mise a disposizione alcune stanze del convento di S. Agostino, come sede delle riunioni accademiche. Nel 1600, gli accademici  trasferitisi nel Palazzo dei Priori, nominarono le SS. Martiri Attinia e Greciniana come protettrici della loro Istituzione, ed ancora oggi, il 16 giugno, in occasione della  celebrazione delle Sante, si tiene l’Assemblea generale dell’Accademia, introdotta da una prolusione chiamata “Orazione della cuna”. Nel 1924 l’Accademia fondò la Rivista annuale “Rassegna Volterrana”. Rivista d’arte e cultura, fiore all’occhiello dell’Accademia e dell’intera Comunità volterrana. L’attuale sede dell’Accademia è in Via Buonparenti, in una parte della torre Buonaguidi e custodisce, oltre alla biblioteca, il pregevole affresco attribuito Bartolo di Fredi , risalente agli anni 1470-1480, raffigurante la Madonna in trono con Bambino e Santi  Francesco, Benedetto e Domenico”.  I soci ordinari vengono ancora scelti “tra le persone che si sono distinte nelle lettere, nelle scienze e nelle belle arti” residenti nel Comune di Volterra, mentre i soci corrispondenti vengono scelti tra coloro che non sono residenti nel Comune di Volterra, ma possiedono le stesse caratteristiche degli ordinari, mentre i soci onorari sono scelti tra le persone che si distinguono per speciali meriti o benemerenze verso l’Accademia. Attualmente è Consolo dell’Accademia il dottor Umberto Bavoni eminente personalità della cultura volterrana.  Attualmente i soci ordinari sono n. 43; quelli corrispondenti n. 96 e quelli onorari n. 4.



Ieri, venerdì 16 giugno 2017, nella saletta espositiva di via Giusto Turazza a Volterra, si è tenta l’annuale Assemblea Accademica con una interessante cerimonia: inaugurazione della mostra di pittura del socio Giovan Battista Batistini, detto “Tista”, già socio ordinario, e valente storico ed etnografo del territorio volterrano e della città di Volterra (1914-1998). L’orazione della cuna è stata svolta con grande partecipazione emotiva e profondità d’introspezione del commemorato Giovanni Batistini, dal socio ordinario professor Renato Bacci. Sono interventi, oltre al Consolo Bavoni, il Sindaco di Volterra Buselli, il Vescovo monsignor  Alberto Silvani ed il poeta e drammaturgo Simone Migliorini ha declamano alcuni sonetti di Giovanni Batistini tratti dal suo libro “Du’ risate con Tista”. A seguire un delizioso rinfresco. Presenti molti soci ordinari, ed anche molti miei amici che ho salutato con affetto: Dainelli, Bacci, Bavoni, Furiesi, Migliorini Martolini, Viti, signora Inghirami, don Ciampoli, ed altri. La bella giornata si è conclusa con la S. Messa in onore delle Sante Patrone e in suffragio di tutti soci deceduti, celebrata dal Vescovo nella chiesa di San Michele, essendo la Cattedrale, attualmente inagibile per i grandi lavori di ristrutturazione .

venerdì 16 giugno 2017

PASSIONI, SPERANZE, ILLUSIONI.

CAP. XIII

20. I comunisti per il Vietnam, per un nuovo corso politico in Italia, per lo sviluppo del Comprensorio e giustizia per i lavoratori degli appalti (19 maggio 1975)[1]


         La Cellula comunista delle fabbriche di Larderello saluta con gioia il trionfo della trentennale lotta del popolo vietnamita e vede in questo trionfo l’affermazione dei principi di indipendenza e di unità nazionale e la sconfitta dell’imperialismo americano[2].
         La vittoria del Vietnam è la vittoria di tutti i lavoratori italiani, dei democratici, degli antifascisti. Essa si ricollega idealmente alla Resistenza e testimonia che la sete di libertà, l’unità di un popolo, anche se piccolo, può sconfiggere qualsiasi avversario.
         E’ stata anche sconfitta la campagna anticomunista, imbastita dalla Dc e dal suo segretario Amintore Fanfani intorno agli avvenimenti della penisola indocinese. I fatti gli hanno dato nuovamente torto. Il tanto atteso “bagno di sangue” dei vietcong non c’è stato e a difendere un castello di menzogne è rimasto, oltre all’oltranzismo del telegiornale, solo qualche quotidiano reazionario come “La Nazione”.
         Le ripetute speculazioni sugli avvenimenti internazionali dimostrano che la segreteria democristiana è a corto di argomenti “seri” di fronte alla gravità della crisi economica, morale e sociale che 30 anni di dissennata politica ha causato all’Italia. La Dc tenta disperatamente di non pagare il conto rinunciando a misurarsi sui problemi concreti del nostro Paese, puntando sulla divisione del movimento operaio, favorendo con l’inerzia e la connivenza la trama provocatoria delle violenze politiche e cercando di spostare a destra la direzione politica dell’Italia. Ciò non solo è dannoso a tutta la comunità nazionale, ma è dannoso anche per i lavoratori democristiani, per le masse popolari cattoliche, per gli elettori Dc. Ecco perché occorre contestare e battere la linea di destra perseguita dalla segreteria democristiana e da Fanfani, e gli elettori sono chiamati a pronunciarsi con chiarezza sulle disastrose conseguenze e sulle prospettive di questo spostamento.
         E’ evidente che oggi in Italia non è possibile uno spostamento a destra senza fare ricorso al Msi. Questo lo sanno bene i capi missini i quali fiutano nella strategia fanfaniana l’occasione per rientrare in qualche modo nel gioco politico, dal quale sono stati esclusi per le comprovate responsabilità nelle azioni del terrorismo e per la forza della risposta antifascista. Qui stanno i pericoli di tensione, qui sta l’avventurismo di Fanfani!
         In una linea politica che tenta di creare divisioni artificiose e contrapposte barriere si collocano gli scoperti tentativi di opposizione, con tutti i mezzi, all’unità sindacale nell’autonomia della classe operaia italiana. Ecco allora i finanziamenti promessi da Brown agli scissionisti, ecco le posizioni quarantottesche di Scalia, le ambiguità dei socialdemocratici della Uil, le posizioni di rottura che all’interno di alcune categorie (elettrici, braccianti, parastato…) hanno assunto sparuti gruppi di dirigenti Cisl, preoccupati di mantenere il collateralismo alla Dc e alle posizioni di Fanfani, più che degli interessi dei lavoratori.
         Ma, nonostante questi pesanti attacchi, l’unità sindacale compie progressi notevoli. I lavoratori hanno da tempo compreso che solo una classe operaia unita è in grado di far avanzare l’Italia sulla via del rinnovamento, sconfiggendo tutte quelle forze reazionarie che celandosi dietro false autonomie non fanno gli interessi dei lavoratori, ma di coloro che vogliono una classe operaia debole e divisa: i padroni, i capitalisti.
         Le stesse assemblee delle nostre fabbriche di Larderello hanno dimostrato che la strada dell’unità è giusta e particolarmente sentita dalla stragrande maggioranza dei lavoratori e dei giovani. Ed è con questo spirito unitario che noi facciamo appello alle altre forze che operano all’interno delle nostre fabbriche per mutare profondamente gli indirizzi politici delle grandi aziende, che sono stati causa del mancato completo sviluppo del Comprensorio.
         Crediamo pertanto di grande importanza lo sciopero proclamato per il 23 maggio 1975 dai sindacati, perché esso pone al centro le rivendicazioni essenziali portate avanti dal movimento operaio e dalle Amministrazioni locali in questi ultimi anni nella Valdicecina e nella Valdicornia e ribadite nei convegni di Larderello organizzati dalle oo.ss. e dal Pci, contro le linee monopolistiche dei gruppi dominati dalla Dc e dai suoi alleati di Governo. Ma lo sciopero del 23 maggio vuole raggiungere anche un altro importante obiettivo: “giustizia verso i lavoratori delle Ditte appaltatrici”. Pur ritenendo, dunque, molto positiva l’intesa unitaria attorno a questo problema vogliamo chiarire che non tutti hanno le carte in regola, specialmente quelle forze che hanno tentato di ricostituire nelle fabbriche pascoli elettorali e centri di potere.
         Non ci occorre muovere “Onorevoli”, né abbiamo Consiglieri dell’Enel per promettere qualcosa; l’impegno dei comunisti è ed è sempre stato la mobilitazione, la lotta, la solidarietà di classe verso tutti coloro che in una società profondamente ingiusta come la nostra sono discriminati e sfruttati. E in questo senso i lavoratori ci hanno sempre riconosciuto e stimato. Vota le liste e i candidati del Pci. Basta con il malgoverno della Dc!



[1] Volantino redatto da gc, a nome Pci Cellula di Fabbrica Larderello, 19.5.1975.
[2] Alla fine del mese di aprile 1975 la decisiva offensiva dei “Vietcong” su Saigon indusse il governo degli Usa ad abbandonare il Vietnam ed a porre fine alla guerra. Inizia la fase della “riunificazione” della nazione vietnamita.

Mario Fatarella, ex deportato.


ECCIDI DEI NAZIFASCISTI IN TOSCANA.


Niccioleta (Massa Marittima): 83 minatori trucidati (6 a Niccioleta il 13 giugno 1944 e 77 a Castelnuovo di Val di Cecina: 14 giugno 1944).  Alla stessa dinamica della “guerra ai civili” si devono assommare almeno altre 20 vittime e 21 giovani deportati in Germania nei Lager nazisti. Ogni anno, dal 1945, a Castelnuovo e Niccioleta, si tengono le giornate del ricordo perpetuo, il 13 e 14 giugno, nei luoghi dove il sangue fu versato. Si è scritto tanto su questa tragedia, ma forse non tutto.  Si succedono le generazioni, ma la memoria resta accesa. Quest’anno erano presenti gonfaloni e sindaci delle Colline Metallifere Toscane: Monteverdi Marittimo, Castelnuovo di Val di Cecina, Pomarance, Volterra, Monterotondo Marittimo, Massa Marittima e forse qualcun altro che m’è sfuggito. Ritrovo molti amici e i pochi superstiti ancora viventi, tra loro Mario Fatarella,  minatore di Niccioleta, deportato in Germania per la sua giovane età, uno dei tre superstiti ancora viventi a  quell’evento. Tra i partigiani della XXIII Brigata Garibaldi era presente l’unico ancora vivente Salvadori Aroldo, di Montecerboli.