giovedì 16 novembre 2017

PASSIONI, SPERANZE, ILLUSIONI. 
CAP. 50.

68. Ricordo di Enrico Bulletti[1]

         Padre Enrico, al secolo Quirino Bulletti, figlio di Lorenzo e Silvia Canocchi, nacque a S. Donato in Poggio, presso Tavarnelle Val di Pesa, nel Chianti fiorentino, il 30 marzo 1883. I genitori, mezzadri, originari di San Giusto in Salcio, poco dopo la nascita del bambino tornarono al loro antico paese, nella vecchia dimora presso Radda, non lontana dal Convento francescano di S. Maria in Prato. Qui il ragazzo crebbe e fu educato. Compiuto il ginnasio nel Collegio Giaccherino presso Pistoia, vestì l’abito dei frati minori a S. Cerbone (Lucca) il 5 agosto 1898 e vi professò lo steso giorno dell’anno seguente. Studiò filosofia nei Conventi di Signa e San Vivaldo e teologia all’Osservanza di Siena, dove il 23 settembre dell’anno 1904 emise la professione solenne. Fu ordinato sacerdote a Livorno il giorno 8 ottobre 1905. Sue prime dimore furono i conventi di S. Leone Magno e Borgo Pinti a Firenze e l’Osservanza a Siena. Vi lavorò nell’apostolato ordinario e vi attese specialmente agli studi privati, frequentando persone erudite ed ambienti culturali stimolanti. A questo scopo riuscì anche ad alternare i vari passaggi con temporanee, ma lunghe residenze a Roma, dove abitava nel Convento di San Bartolomeo all’Isola Tiberina.
         Quivi, senza presunzione di titoli accademici, si formò scientificamente in Archeologia Cristiana e Storia Ecclesiastica Francescana, al contatto dei più insigni maestri del tempo. La buona volontà, l’iniziativa personale, lo spirito di ricerca, completarono la sua formazione culturale che si estese anche alla Storia dell’Arte, all’Antiquariato, alla Paleografia ed alle lingue straniere.
         D’ingegno vivace, di larga erudizione, fine sensibilità, si rivelò subito nei primi saggi bibliografici che diede e che richiamarono su di lui l’attenzione di non pochi studiosi. Qualche contrasto iniziale con i superiori fu superato da buoni incoraggiamenti ed egli continuò a studiare quando fu dirottato in alcuni conventi periferici, tra cui, per tre anni, al Bosco ai Frati nel Mugello. Soddisfatte come poteva le esigenze della vita comune e del suo ministero,il tempo libero lo dedicava allo studio, alle ricerche d’archivio e alla produzione storica. Scopi a cui diresse anche i frequenti viaggi a Roma, nei centri toscani e nelle regioni limitrofe.
         Dal 1915 al 1918 fu al fronte di guerra come semplice soldato. Appena congedato ritornò al Bosco dei Frati, dove per due anni si dedicò ad una fattiva e zelante opera di bene per il miglioramento economico e morale della popolazione mugellana. Qualche insuccesso, il risentimento di alcuni personaggi paesani, sfruttati abilmente dai suoi avversari, le delusioni patite ed infine qualche provvedimento preso a suo carico, gli dimostrarono che egli, nonostante la buona volontà, non era fatto per iniziative politico-sociali e lo convinsero a tornare agli studi.
         Dimorò in vari conventi continuando l’attività culturale che ebbe il suo massimo tra il 1928 ed il 1943, quando tornò ad abitare presso l’Osservanza di Siena, convento e città che egli amò più di ogni altro ambiente religioso. In Siena si conquistò finalmente larghe aderenze in ogni ceto sociale, specialmente dopo il 1936, quando fu promosso Cappellano priore della Misericordia, distinguendosi per carità e operosità, a favore di privati e di Istituti cittadini.
         Fu in questo periodo che mise mano all’opera che più i ogni altra lo avrebbe reso famoso: la vita e l’opera di San Bernardino. Entrò a far parte dell’Accademia degli Intronati e della Commissione vescovile d’arte sacra. Fondò il “Bullettino di Studi Bernardiniani” e cominciò la pubblicazione critica delle “opere latine” e delle “prediche volgari” di San Bernardino. Collaborò inoltre al giornale vaticano “L’Osservatore Romano” dove profuse e divulgò in agili articoli la sua cultura di aneddotica senese e storia francescana, riferendosi particolarmente alla figura di San Bernardino.
         Dimorava ancora presso il Cimitero della Misericordia di Siena allorché il 20 novembre 1943 fu arrestato dai fascisti repubblichini, a lui sempre avversi, come cospiratore politico e tradotto con altri in carcere, prima a Siena e poi a Firenze. Il grave provvedimento aveva motivi fondati nell’adesione diretta e fattiva, data da Padre Bulletti, al movimento partigiano ed alla lotta di Liberazione, con l’aiuto non sempre prudente, prestato da lui ad esponenti militari e politici della Resistenza toscana.
         Restò in carcere diversi mesi e attraversò momenti veramente difficili, fino a rasentare la pena capitale. In seguito alla sua notorietà culturale e all’interessamento della gerarchia ecclesiastica fu improvvisamente rimesso in libertà vigilata e obbligato alla residenza nel Convento di Ognissanti.
Nella primavera del 1944, recuperate le forze fisiche, fu destinato nel romito Convento di Radicondoli in Valdicecina, dove egli visse di apostolato anche parrocchiale, specialmente nei villaggi di Anqua e di Fosini, di studio, di lavoro anche materiale e di opere benefiche, gli ultimi anni della sua vita. Resse alternativamente e per vario tempo quelle piccole comunità religiose e fu largo di ospitalità per tutti.
         Pur restando quasi sempre a Radicondoli riprese i suoi studi e le sue ricerche in varie parti della Toscana. Ancora sano e fisicamente prestante, com’era sempre stato, non si preoccupava dei molti anni trascorsi e del cuore che andava stancandosi. Continuava a studiare e lavorare per le inevitabili esigenze della vita e per ultimare alcuni scritti in preparazione da tempo. Morì all’alba del 29 ottobre 1960, improvvisamente, assistito dalla figlia del custode del Convento di Radicondoli.
         Al cordoglio del mondo culturale si unì quello della popolazione di Radicondoli e dei paesi vicini, memore dei benefici ricevuti. Le Autorità comunali gli riconobbero titoli di benemerenza civica e, decretandogli una degna sepoltura, stabilirono di intitolargli una strada pubblica e riunire in volume i suoi scritti di carattere locale.
Per il desiderio di vivere marginalmente, che egli aveva sempre dimostrato, e per la sua ostinata volontà di stare lontano da ambizioni e responsabilità, non ricoprì e non cercò mai uffici di rilievo; lieto di poter vivere tranquillamente, concordando lodevolmente le mansioni sacerdotali e i doveri monastici con lo studio e le altre forme di attività culturale, senza troppo dinamismo o preoccupazioni organizzative.
         Non aveva la taglia dello storico, né tentò mai sintesi generali di ampio respiro. Ma come scrittore ebbe uno stile piano, sciolto e linguisticamente corretto. Purtroppo manca a tutt’oggi una raccolta sistematica dei suoi scritti, specialmente di carattere minore e locale, che a noi maggiormente interessano, che padre Bulletti pubblicò per decenni su quotidiani e periodici toscani. E sarebbe veramente il tempo, in questo periodo di ripresa degli studi antropologici, raccogliere pagine sparse di indubbio valore, anche per rendere a questa limpida figura di ricercatore e di studioso un doveroso omaggio, l’omaggio di una terra semplice che egli amò e dalla quale fu riamato e che accoglie le sue spoglie sulla ventosa collina, all’ombra di una pieve medievale, la cui gente, con semplicità, ancora oggi manifesta per lui un profondo affetto.



[1] La scheda è tratta da una biografia di p. Bulletti, sf., sd., con interpolazioni e integrazioni di cg.

martedì 14 novembre 2017



PASSIONI, SPERANZE, ILLUSIONI. CAP. 49.


67. 1828-1978: 150° anniversario delle perforazioni geotermiche a Larderello. Si impongono uomini e metodi nuovi per affrontare il futuro


         Quest’anno ricorre il 150° anniversario dell’inizio della perforazione geotermica a Larderello e nel mondo. Una data significativa, se pur trascurata, che ci consente di riaprire un discorso su questa importantissima attività sulla quale siamo già intervenuti sul nostro “giornalino” “Informazioni” (7/1977) con una nota critica.
         Ci pareva di aver detto in quell’occasione, complessivamente, cose giuste, apprezzate anche dai tecnici e dai lavoratori di questo settore e come tali meritevoli di essere seriamente valutate in sede Enel. Purtroppo, come avviene generalmente per quasi tutti i problemi evidenziati dalle Organizzazioni sindacali, anche questa volta la Direzione ha fatto "orecchie da mercante" e tutto ha continuato a marciare come sempre.
         Vogliamo adesso ritornare brevemente sull’argomento sperando di avere più fortuna. E’ noto a tutti che manca una organizzazione del “Nucleo Minerario” di Larderello. Da anni la Direzione promette di fare qualcosa, ma intanto si naviga nel più completo caos. Quando si parla di “organizzazione” vien subito da pensare agli avanzamenti di categoria: ma nel nostro caso essi non c’entrano o c’entrano marginalmente. Il personale tecnico è complessivamente bene inquadrato, si tratta quindi di ristrutturarlo organicamente in modo da farlo lavorare in positivo, senza sprechi, al servizio di quel salto di qualità che occorre compiere alle sonde per affrontare il futuro.
         Ci sono infatti oltre dieci tecnici, diplomati e laureati, fuori organigramma, al solo servizio del Dirigente. Come lavora questo personale? Quali risultati si sono raggiunti? Risultati concreti, visibili e verificabili, non le solite relazioni, spesso fatte con fatica e difficoltà, e poi messe a dormire in uno dei tanti onnivori cassetti di scrivania o a prendere la polvere su altolocate mensole di rappresentanza! Lo staff “chimico”, lo staff “sismico”, la staff tecnica, lo staff “amministrativo” ecc.ecc…sigle, persone, lavoro. Ma tutto scoordinato, a compartimenti stagni, con una Dirigenza che dovrebbe saper tutto, decidere su tutto, ma che in realtà, all’atto pratico, viene sommersa dai problemi e i dimostra incapace, come il Faust di giovanile memoria, di dominare gli spiriti da essa stessa evocati.
         E non diciamo che le persone non valgono nulla. Anzi, ci sono dei bravi tecnici, attaccati al loro lavoro, che hanno anche lottato per cambiare le cose, ma che poi, forzatamente, hanno dovuto arrendersi perché tutti abbiamo uno stomaco, un fegato, un sistema nervoso da proteggere.
         E il lavoro va quindi come sempre, non fa passi avanti: sostanzialmente si perfora come trent’anni fa, solo che i costi sono paurosamente aumentati (e non solo quelli relativi al personale), fino a raggiungere mediamente lire 400.000 per metro perforato. Elemento questo che si ripercuote sul costo del chilowattora e fa perdere alla geotermia un’altra fetta di competitività. Inutile entrare nel dettaglio delle cose non fatte o fatte male perché le abbiamo ripetutamente dette e ridette, vogliamo ricordarne solo alcune: perforazione ad aria, pozzi direzionali dallo stesso piazzale, reiniezione controllata, profilo del casing, velocità di avanzamento, stabilità della batteria, stoccaggio tubi e materiali, sistemi di stimolazione, fratturazione...
         Inutile voler ripetere anche quanto già affermato a proposito dell’improvvisazione con cui vengono programmati ed eseguiti i nuovi sondaggi e lo scollegamento esistente tra le sonde, lo staff minerario del Servizio, la Geomineraria, il Crg e la ricerca più in generale. Che la qualità del lavoro non è migliorata si può rilevare anche dall’alto numero degli “incidenti” meccanici che avvengono durante la perforazione, e che caUsano notevoli perdite di tempo, con costo di centinaia di milioni e, talvolta, con la compromissione del pozzo.
         Da considerare che nemmeno la quantità del lavoro (numero degli impianti, metri perforati, velocità di avanzamento) è aumentata. Ma perché avviene tutto questo? Noi diciamo innanzitutto perché manca una efficiente organizzazione del lavoro, che investa tutti i livelli, anche quelli operai, e soprattutto perché mancano gli indirizzi e le volontà politiche della Direzione di costruire strumenti adeguati, come un “Ufficio Tecnico della Perforazione”, abolendo gli incarichi ad personam, costruendo funzionali collegamenti con tutti gli operatori, indirizzando le energie di intelligenza e volontà dei singoli al raggiungimento di obiettivi concreti per diminuire i costi e i tempi di lavoro, aumentare la sicurezza e tener testa competitivamente a quanto si sta oggi facendo nel mondo per la perforazione geotermica.
         Certo, per far ciò occorre vincere le resistenze radicate nel modo di dirigere e di lavorare, occorre vincere l’apatia e l’avversione al nuovo che si manifestano per la conservazione del potere e per il rifiuto ad un aggiornamento professionale permanente, elementi tipici di tanti ambienti del nostro Ente, e non ultime cause della sua decadenza.

         E’ bene riflettere seriamente sul fatto che noi non diciamo queste cose per un trito spirito di polemica, ma per l’esclusivo interesse di questa importante attività che oggi, anche per l’ingresso di altri operatori (Eni-Agip) e per le ventilate ipotesi di struttura geotermica nazionale, dobbiamo affrontare con spirito, metodi e uomini nuovi se vogliamo garantire un futuro che veda ancora le sonde di Larderello svolgere quel ruolo primario che 150 anni di esperienze hanno delineato e che adesso si rischia di distruggere.

lunedì 13 novembre 2017





PASSIONI, SPERANZE, ILLUSIONI. CAP. 48.


66. La morte di Larderello

         Oggi si sta facendo pericolosamente strada, principalmente a livello di particolari ambienti tecnico-scientifici, ma anche in settori del movimento sindacale e politico, il concetto della “morte di Larderello”, cioè di un inarrestabile declino produttivo dei tradizionali “campi geotermici”: pertanto, tutto l’impegno sulla geotermia dovrebbe avvenire in  nuove aree del territorio nazionale.
         Abbiamo già messo in evidenza, come sindacato Fnle-Cgil, il ruolo nazionale della ricerca geotermica, la sua proiezione nel futuro sviluppo dell’umanità, ma non possiamo fare a meno di respingere con forza queste idee assurde che, benché non suffragate da una seria base scientifica, se accettate rischierebbero di aprire una fase di impoverimento di vasti territori già duramente colpiti dalla logica dello sviluppo capitalistico.
         Larderello e l’area attualmente produttiva (Radicondoli-Amiata) è ancora l’unica e la principale in Italia. Nulla sappiamo se a profondità maggiori di quelle attuali (cioè a 5-6000 metri) esistano serbatoi geotermici produttivi, dato che quasi tutti i pozzi fino ad oggi perforati e in attività, hanno una profondità media di circa 1500 metri; nemmeno ci sono noti i fenomeni di alimentazione naturale dei bacini geotermici per poter affrontare con successo la reiniezione artificiale di acqua, sia in zone già produttive, sia in rocce calde secche, previa una fratturazione per realizzare la permeabilità necessaria alla instaurazione di circuiti termici convettivi.
         Inoltre i pozzi produttivi ubicati nelle vicinanze delle grandi centrali o nei più antichi bacini in sfruttamento, si spingono a modeste profondità, appena alla testa dei serbatoi geotermici, e necessiterebbero in permanenza di un impianto di perforazione disponibile per ripulitura incrostazioni, ripristino tubazioni ed eventuale approfondimento. Un’opera di manutenzione ai sondaggi che non è mai stata sistematicamente eseguita e che potrebbe sopperire in buona misura la mancanza di produzione elettrica.
         Troppe volte si è cercato di emarginare la geotermia e Larderello. Per i più diversi motivi. Non ultimo il suo decentramento rispetto alle grandi aree metropolitane e ai centri del potere. Tutta la politica dell’Enel è stata imperniata su questo obiettivo e solo la tenace resistenza dei lavoratori e delle popolazioni dei Comprensori geotermici ha impedito che si affermasse la ben nota teoria della “pentola” o quella di avviare la produzione di “gassose” o di impiantare ”fabbriche di lampadine”.
         E’ bene ripetere che non vogliamo assistenza geotermica, ma una attività produttiva senza sprechi di nessun genere, a servizio dello sviluppo interregionale e nazionale. Il potenziale umano, tecnico, di mezzi, che oggi esiste, non può essere disperso e i lavoratori giudicheranno anche i recenti elementi positivi emersi da un rinnovato impegno programmatico di attività geotermica dell’Enel e dell’Eni-Agip in base a quanto, realmente, a tempi brevi, si farà nelle zone in produzione che restano ancora la base più sostanziale di ogni sviluppo geotermico: sia come ricerca, che come produzione geotermoelettrica. Poiché, se le decine di miliardi spesi sulle nuove aree nazionali consentiranno, oltre all’acquisizione di importanti elementi valutativi di nuove conoscenze, l’installazione di un potenziale geotermico di 5 Mw, non ha senso lasciar deperire e non sfruttare le Zone che già nell’immediato potrebbero consentire il recupero di una potenza decine di volte superiore a quella citata. Infatti potrebbe darsi che questo impegno di ricerca sulle aree esterne, mirasse, una volta ancora, ad avviare la definitiva emarginazione della geotermia.
         Non ha nemmeno senso affrontare, in termini generali, il problema di un riequilibrio dei territori, in particolare di aree sottosviluppate e del Mezzogiorno, e poi operare, con scelte produttive e di investimento, in senso contrario. La divisione strutturale della geotermia e lo scorporo dell’attività di ricerca, manutenzione e perforazione da quella produttiva è gravida di pericoli per i territori che attualmente gravitano intorno alla risorsa geotermica.
         Infatti, a fronte di una ricerca non finalizzata al reperimento di risorse suscettibili di trasformazione in energia elettrica (che non vuol dire perdere la possibilità di uno sfruttamento diversificato e pieno di ogni risorsa reperita, con particolari accordi tra Enti e Regioni), e di una attività (la perforazione) atipica all’Enel e che si può svolgere come attività di servizio in appalto o da altri operatori (Agip), si può intravedere l’accentramento in altre località di quanto attualmente fatto a Larderello e, in mancanza di alternative di sviluppo produttivo diversificato, ciò porterebbe ad una drastica riduzione di occupazione, favorita da decisioni settoriali (della produzione) tendenti a considerare l’energia geotermica in una sola ottica economicistica (chiusura impianti, telecomandi).
         L’unitarietà della geotermia, un programma organico in tutti gli Enti e con adeguato coordinamento nazionale, consistenti investimenti, una nuova volontà politica che liquidi gli incapaci e gli arrampicatori e, insieme, la costituzione di un unico centro di ricerca, perforazione, manutenzione e produzione a Larderello che, data la centralità di collocazione geografica, consentirebbe efficaci collegamenti interni all’Enel e i contatti con le Università, il Cnr e gli altri Enti, sono i soli presupposti di sviluppo geotermico nazionale, regionale e comprensoriale.
         Le Organizzazioni sindacali toscane si fanno carico dei problemi complessivi della geotermia e dei territori. Da tempo sollecitano gli Enti competenti a concretizzare qualche iniziativa. In particolare chiedono all’Enel un cambiamento di rotta, il superamento delle divisioni e una conduzione unitaria tra ricerca, coltivazione e sfruttamento. Chiedono inoltre programmi e investimenti finalizzati per le nuove zone e per quelle tradizionali, in ugual misura investite da gravi inefficienze. Alla Regione Toscana chiedono un impegno concreto per la utilizzazione delle acque calde e dei vapori a bassa entalpia, da tempo messi a disposizione dall’Enel, anche se in modo inadeguato, e, forse, strumentale, per dar seguito alle positive speranze emerse nel Convegno di Chianciano.
         E’ proprio questo il campo di maggiori possibilità future in senso produttivo. Non neghiamo che in una fase di crisi energetica come l’attuale ogni sforzo debba essere fatto per produrre elettricità, ai costi più bassi possibili, ma è altresì indubbio che l’energia geotermica, nelle sue multiformi estrinsecazioni (vapore surriscaldato, vapore umido, miscela acqua-vapore, acqua calda, fluidi caldi salini...) sarà sempre più utilizzata per fini non elettrici.
         A questo proposito tutti sanno che esistono già le condizioni per passare alla realizzazione pratica di attività industriali, civili ed agricole, in quelle Zone dove esistono risorse geotermiche che l’Enel ha messo a disposizione degli Enti Pubblici, e che devono essere utilizzate in primo luogo non per creare risparmi, ma per allargare l’attività produttiva ed occupazionale, come del resto la “Vertenza Amiata” lascia intravedere.
         Troppo tempo intercorre dalla fase delle enunciazioni di principio a quella degli investimenti e quella delle realizzazioni. Tempo prezioso, che vanifica tanti sforzi, che non consente diversificazione produttiva e fa alimentare le spinte occupazionali verso Enti (Enel) che ormai sono saturi se non si verificheranno condizioni nuove, al momento impossibili. Su questi obiettivi è necessario un impegno maggiore del movimento sindacale e delle forze politiche e sociali, poiché è su queste cose che poi, in ultima analisi, si raccolgono consensi e credibilità.


domenica 12 novembre 2017




MARTIN   LUTERO (Eisleben, 10.11.1483 – 18.2.1546)
(MARTIN LUTERO)

Martin era figlio di un minatore. Egli rappresenta lo schieramento borghese-moderato delle prime rivoluzioni borghesi ed il fondatore del protestantesimo tedesco.  Fu professore di filosofia e teologia ed acquistò grande fama grazie all’affissione delle sue 95 TESI al portone della Schlosskirche di Wittenberg, avvenuta il 31 ottobre 1517, 500 anni or sono, nelle quali protestava contro il furto perpetrato a danno del popolo con la vendita delle indulgenze e criticava radicalmente l’insegnamento e la prassi della Chiesa cattolica del suo tempo. Enorme il merito  che  Martin conseguì per la lingua e la letteratura tedesca con la sua traduzione della Bibbia in tedesco. Il tedesco  di Lutero – allora non esisteva ancora una lingua letteraria unitaria, bensì una moltitudine di dialetti soltanto – si basava sulla lingua parlata nelle regioni tedesche centro-orientali e sulla lingua  della cancelleria di Meissen. Questa versione linguistica fu il fondamento della lingua letteraria nuovoaltotedesca.

La ribellione di Martin Lutero contro ogni forma di oppressione intellettuale, diede il segnale di avvio a un’epoca nuova che doveva portare con sé una maggiore giustizia sociale. La Riforma cui Lutero  diede vita superò di gran lunga le frontiere del suo paese. Egli fu tra coloro che prepararono  la grande trasformazione grazie alla quale gli Stati tedeschi e l’Europa passarono dall’epoca del declino del feudalesimo a quella delle rivoluzioni borghesi.

Il Papa Leone X  pubblicò la bolla Exsurge Domine il 15 giugno 1520: in essa “il cinghiale nella vigna” era invitato a ritrattarsi entro 60 giorni, a cominciare daòl giorno in cui la bolla gli fosse stata effettivamente consegnata. Ciò avvenne il 10 ottobre. Il termine concesso a Lutero scadeva il 10 dicembre. Egli rispose bruciando la Bolla papale. Il 13 gennaio 1521 un’altra Bolla del Papa confermava la condanna e scomunicava Lutero e invitava che l’imperatore Federico il Saggio che Lutero fosse messo al bando dall’Impero e mandato al rogo. L’imperatore fu  invitato a rispondere alla Dieta tedesca Il 16 aprile 1521 egli giunse a Worms e nei giorni successivi fu interrogato e invitato alla ritrattazione delle sue Tesi. Nel finale della sua replica Martin Lutero affermò: “A meno che la ragione e le Scritture non me ne convincano, non accetto l’autorità dei papi e dei concili. La mia coscienza è prigioniera della Parola di Dio, non posso e non voglio ritrattare”.Fu così posto al bando  dall’impero.  Ma Federico il Saggio lo fece rapire e condurre segretamente al castello di Wartburg, a Eisenach, dove rimase nascosto dieci mesi dedicandosi ad un lavoro febbrile. Tradusse tutto il Nuovo Testamento dal testo greco di Erasmo in un tedesco robusto, acuto e pungente.

Nell’ultimo periodo della sua vita, dal 1541 circa, Lutero si ritirò a Wittenberg: era malato e stanco scrisse ancora un atto di accusa contro la Chiesa cattolica “”Contro il papato in roma fondato dal diavolo”. Morì per un attacco cardiaco il 18 febbraio 1526


Le opere di Martin Lutero sono raccolte in 68 volumi. I “protestanti” nel mondo ammontano adesso a diverse centinaia di milioni. 

venerdì 10 novembre 2017





PASSIONI, SPERANZE, ILLUSIONI. CAP. 46.


63. Lettera agli iscritti  (3 gennaio 1978) 

Caro/a compagno/a, nel rimetterti la tessera della Fnle-Cgil per il 1978, insieme agli Auguri per un più sereno anno nuovo, cogliamo l’occasione per alcune brevi considerazioni sulla situazione che stiamo vivendo, nel Paese e nella Zona. E’ indubbio che siamo di fronte alla più grave crisi che abbia colpito l’Italia dalla Liberazione ad oggi, e che i lavoratori stanno pagando gli errori e le malefatte di una classe dirigente asservita a gretti interessi di parte, ma la crisi non è irreversibile: da essa si può uscire con un cambiamento profondo negli indirizzi politici che veda in primo luogo affermata la volontà delle classi lavoratrici e delle loro organizzazioni alla gestione dello stato ed alla sua trasformazione in una società partecipata in tutte le sue strutture.

Non sarà un compito facile. Il modello consumistico, egoistico, basato sullo spreco e sulla sopraffazione sociale, ha inciso anche sugli strati popolari. Pesano le divisioni esistenti all’interno della classe operaia e ai conflitti tra i settori produttivi e quelli del terziario e del pubblico impiego, dovuti ad una politica basata sulla clientela come strumento di consenso. Il compito del rinnovamento dell’Italia è comunque un compito grandioso che la parte più cosciente del proletariato vuol portare avanti.
Ci attendono pertanto lotte dure, che richiederanno tenacia e una visione politica sempre più ampia, che dovremo saper portare avanti nel modo più unitario possibile, facendo uno sforzo per conquistare alla nostra linea il più grande numero di lavoratori. L’unità paga: ha dato positivi risultati nel passato e ancor di più ci consentirà di fronteggiare la grave situazione del presente e del futuro. La Fnle-Cgil, a tutti i livelli, vive di questa forte tensione unitaria e si impegna per superare le divisioni che altri, spesso artificiosamente, introducono nel mondo del lavoro.

Anche nella nostra Zona e nella nostra Fabbrica (in verità assai complesse, per i tanti elementi ereditati dal passato: scontri, divisioni, clientelismo, privilegio), stiamo operando con questo spirito unitario per risolvere le questioni fondamentali: sviluppo produttivo, sviluppo occupazionale, sviluppo sociale. Stiamo anche operando, con rinnovato impegno, per risolvere i problemi interni alla nostra Fabbrica, per una migliore organizzazione del lavoro, per la difesa della salute, l’elevamento della professionalità e per ridare ad ogni lavoratore il gusto, la passione per il proprio lavoro.
Anche queste non saranno cose facili. E non si potranno risolvere soltanto con una enunciazione, né all’interno ristretto del nostro gruppo dirigente. Occorre la più ampia partecipazione dei lavoratori: nel Consiglio Unitario dei Delegati, intorno alle organizzazioni Sindacali, ai compagni attivisti e dentro i Reparti, negli Uffici, sui Cantieri.

Occorrerà dare credibilità alle vertenze aperte per la parte elettrica, perforazione e officine e a quelle degli altri reparti di Larderello, sostenendo le azioni di lotta delle Organizzazioni sindacali. Partecipare di più alla vita interna del sindacato è vivere più intensamente la propria vita e contribuire alla espansione della democrazia, nello stesso tempo è fondamentale per la risoluzione dei problemi.

Ci siamo sforzati di migliorare costantemente i rapporti interni ed esterni alla nostra Organizzazione. Siamo cresciuti in numero di iscritti e anche, ci pare, in maturità politica e capacità di affrontare i problemi. Ma potremmo fare di più se tutti i compagni ci saranno vicini. Anche noi vogliamo stare più vicini ai compagni e ai lavoratori, sollecitiamo quindi non la partecipazione acritica, ma l’intervento stimolante, la riflessione, la critica fraterna. Richiediamo uno sforzo di collaborazione a quell’importante strumento che è il nostro “giornalino”, e soprattutto uno sforzo per attivizzare i giovani, perché le loro idee non si emarginino e non si inaridiscano. Forse è proprio dei compagni giovani che dovremo ricercare la più ampia partecipazione. Siamo in una Fabbrica rinnovata nel personale per l’impegno del sindacato: è giusto quindi che i giovani, appena entrati, ricerchino il sindacato come strumento che non solo difende i loro interessi immediati, ma che li aggrega a tutta la realtà della Fabbrica.

Vogliamo inoltre ricordare, a conclusione di questa breve lettera, che il nostro sindacato è presente in Fabbrica tutti i giorni, per tutti i problemi e le necessità dei lavoratori e dei compagni. Non ci deve essere timore o remora per avvicinare qualsiasi compagno della Segreteria, del Comitato Direttivo o l’attivista. Certo, la Fnle-Cgil ha un comportamento serio, che rifiuta il compromesso e il flirt con la Direzione, ma crediamo che sia proprio per questo che tanti giovani entrano a farne parte. Ti inviamo pertanto i più fraterni auguri per un felice 1978 e per sempre maggiori successi dei lavoratori.


 64. L’improvvisa morte del compagno Naletto

         Olinto Naletto non è più tra noi. E’ morto il 20 gennaio 1978, alla fine di una “abituale” giornata di lavoro, per una fulminante trombosi cerebrale che lo ha colpito non appena varcata la soglia della sua abitazione. Lo avevamo incontrato nel primo mattino alla Camera del Lavoro di Pisa e scambiandoci le nostre impressioni sui problemi di Larderello, lo avevamo invitato a tenere la prossima assemblea generale sui problemi della linea del sindacato. Non ci aveva promesso niente, ma veniva sempre volentieri tra noi perché avevamo da tempo instaurato un cordiale rapporto di amicizia, ma problemi più gravi, come quello della Forest, lo tenevano impegnato sempre di più a Pisa.
         Ci aveva detto comunque di avvisarlo per tempo perché avrebbe fatto di tutto per rendersi disponibile. Quello stesso giorno aveva partecipato ad alcune riunioni e nel pomeriggio alla assemblea delle lavoratrici della FOREST nella fabbrica presidiata. Era passato poi dalla Cgil e prese alcune riviste politico-sindacali stava rientrando a casa per prepararsi ai nuovi impegni dell’indomani.
         Era un compagno serio e capace, aveva conosciuto personalmente le condizioni di miseria, la disoccupazione, l’incertezza del domani. Entrato giovanissimo nell’apparato della Cgil di Pisa vi aveva profuso tutte le sue migliori energie, sempre in prima linea nelle lotte, sempre a contatto con i lavoratori, con le classi più umili.
         Da qualche anno seguiva i problemi dell’energia e spesso era tra noi a Larderello, dimostrando le sue notevoli capacità nel comprendere questioni assai complesse e atipiche, come quelle della geotermia.  
         La sua scomparsa colpisce profondamente tutto il movimento operaio pisano e difficile sarà colmare il vuoto che ha lasciato.


lunedì 6 novembre 2017




Memorie degli italiani.

La mia modesta autobiografia (1938-1963) si trova  all’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano (AR).  Uno degli aspetti più interessanti di questa microcronaca è stato aver riportato, in modo sistematico,  una serie di dati “economici”, ossia i salari, i prezzi dei generi alimentari, i sistemi di discriminazione politica per l’accesso al lavoro, insieme alla percezione che gli anni ’50 e ’60 furono  vissuti come una stagione “di novità e di grandi cose”. Non soltanto nella vita “pubblica”, ma pure in quella “personale”,  culturale e sentimentale, nell’impegno politico e nel costume che stava cambiando l’Italia..

Lavorando sulle migliaia di diari e autobiografie dell’Archivio, Diego Pastorino e Patrizia Gabrielli  hanno pubblicato nell’anno 2011, per la Casa Editrice “il Mulino”, i volumi: “Se potessi avere. Memorie degli italiani al tempo della lira” e “Anni di novità e di grandi cose. Il boom economico fra tradizione e cambiamento”. Sono stato molto contento di vedere che alcuni brani della mia autobiografia  siano stati  citata nei due saggi e in più  su una rivista, “Soldiario”, che ha riportato  brani di memorie e diari relativi al rapporto della gente comune con il denaro durante la grande trasformazione dell’Italia, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, da paese agricolo a paese industriale.




PIOVE!

Finalmente la pioggia, lo scuro, i ritmi lenti…e se dicessi che dopo due ore mi è già venuta a noia? Ma da che ho un occhio di cristalli al silicone, e vedo la luce ed i colori come non ricordavo più da diversi anni, e questa “nuova luce” mi ferisce, diciamo pure che il grigio autunnale mi fa star bene! Non ho da fare molto e così scartabello le vecchie carte, appunti, poesie scartate, vecchie fotografie, lettere…facendo, se possibile, uno “spoglio”, riordinando il salvato. In questo post metto una foto  di una piccola litografia di Renato Guttuso (1911-1987), mm.500x700, tirata tra il dicembre 1981 ed il marzo 1982 insieme ad altre quattro in 125 esemplari. E’ ritornata a galla dunque per caso. Ho sempre amato Guttuso ed il suo verismo, le sue grandi opere sociali che sono esposte al Museo d’Arte Moderna di Roma,  anche perché di lui me ne parlava sempre mio suocero, praticamente un suo coetaneo (1913-2002), che durante il servizio militare era il suo “attendente” sia a Trapani che in Lombardia, e soprattutto a Milano dove aveva lo studio di pittura.  In questo studio Guttuso si incontrava con i suoi amici artisti (Manzù, Birolli, De Grada, Persico, Banfi…), progettavano, creavano e soprattutto potevano manifestare il loro dissenso dal fascismo. Guttuso si iscrisse al PCI nel 1940, partecipò alla Resistenza e alla Liberazione disegnò il simbolo del PCI e la prima tessera di quel partito. Mio suocero si ricordava i nomi di tutti ed era con loro in confidenza e fidatissimo, date le sue origini materne di anarchici toscani. Mi raccontava anche  che essendo di poca cultura (aveva fatto all’epoca soltanto la terza elementare), sfortunatamente non aveva conservato nulla di quelle carte, di quelle tele e abbozzi, che Renato e gli altri gli ordinavano di strappare e gettare nell’immondizia! Negli anni ’60 Guttuso gli scrisse una lettera e gli inviò una sua fotografia! Ormai Guttuso era un artista di fama internazionale e così abbiamo acquistato due o tre litografie/incisioni, a grande tiratura. Per suo ricordo. Amo questa piccola litografia, opera senile di una fase intimista, ma dalla quale traspare un ancora forte amore per la vita. A volte, frugare nelle vecchie carte, reca dolore, non dovremmo serbare niente, ma, altre volte ecco riaccendersi la memorie e il sogno.