venerdì 14 dicembre 2018











GRAZIE SAMUELE!

Mercoledì 12 dicembre 2018, sono andato a Siena a salutare un amico artista, un grafico, Samuele Calosi, che ha uno studiolo-expo in Via della Sapienza, 17. Un poeta che utilizza l’inchiostro di china  per il suo “puntinato” ottenuto per mezzo di penne rapidograph con punte di 0,1 e 0,2. Le forme prendono corpo per effetto del chiaroscuro. Scene e figure della vita contadina, dal medioevo a quella delle campagne senesi di appena  mezzo secolo fa, delle quali ha un ricordo diretto dai racconti dei nonni. Mi è piaciuto il suo lavoro, mi emozionano le sue opere, mi stupisce, nel mondo di oggi, la sua umiltà ed anche il suo progetto rappresentativo: dare vita e dignità hai fittavoli e mezzadri, ai loro armenti, agli strumenti dimenticati, rozzi e arcaici, come il loro dolore. Condivido infine l’anelito, io stesso che sono poeta, di gettare un fascio di luce a dissipare la dimenticanza, riportando sul proscenio della storia i nostri antenati. Di questi ultimi mesi Samuele mi mostra alcune opere, due delle quali ritengo emozionanti: due maternità, una quella di Gesù, nella sua cruda bellezza senza orpelli, l’altra quella di una pecora nera che allatta l’agnellino bianco. Parlano più di un libro di diecimila parole! Grazie Samuele. E grazie per la tua capacità di ascoltare un vecchio che parla di inaridimento della sua creatività. Mi hai fatto riflettere a lungo sul tema della solitudine, ossia dell’esaurirsi della creatività. Riesco tuttavia a non cadere nella tetra malinconia ripercorrendo  la selva di anni che mi son lasciato alle spalle, ritrovando i sogni, gli amori, le passioni, le speranze e i dolori della vita, com’è nella realtà della “condizione umana”. Ripercorro con stupore il mio “canzoniere” che m’accompagna dall’età adolescenziale, anch’esso testimone del tempo, se non altro, ed anche delle sue premonizioni che ho cercato di trascrivere  nella poesia “Le tre altezze”, in “Ritratto” ed anche, nel 2007, nei 5 testi incisi su un CD con immagini e musica che guardano al cielo stellato, alle comete ed alle eclissi, con la speranza del congiungimento impossibile tra Venere e Giove! Forse, come ebbe a dire Pablo Neruda, anch’io potrò affermare: “Confesso che ho vissuto!”

Le tre altezze

Non si tratta dei grandi sovrani
che ne hanno combinate di crude  e di cotte,
e sul loro  sole, che non doveva mai tramontare,
nulla da fare, è calata la notte.
Si tratta, molto banalmente, di una fisica legge
che ho scoperto, meditando sui destini umani.

Nell’infanzia i miei sguardi scrutavano
la terra, sempre bassi per timidezza e paura
di dover rivelare il segreto che mi affliggeva;

con la tumultuosa giovinezza,
e la rivoluzione del testosterone,
la molecola dell’amore,  gli occhi hanno mirato
il piano orizzontale delle ragazze, per rubare
la meravigliosa fioritura della loro bellezza;

ed ora, al declinar della vita,
gli occhi hanno scoperto il cielo 
e il suo mistero, il desiderio
della Suprema Altezza,
la più amara e ambita.

Ritratto [i]

                                per Antonio Machado

Ho succhiato il latte materno con la Cenerentola di Rossini
e appena svezzato ho masticato il fiele dell’abbandono;
sono fiorito nella solitudine di una tumultuosa primavera,
tra i paleri e le ginepraie, mirando nel cielo
il volo del falco sulle pasture, ascoltando il belar degli agnelli
e il frinir delle cicale; vicende che non voglio evocare.

Poco più che bambino son fuggito verso nuovi lidi,
misteriosi approdi  con il tepore di nidi, in cerca d’amore.

Son cresciuto troppo presto, nel male e nel bene, un segreto
ho celato nel cuore d’Arlecchino. Brevi studi non m’hanno
dissetato, da solo ho scoperto d’esser poeta e delle parole
innamorato, del pruno e ginestra, biscia e sorgente, mago
e cerbiatto, dimesso cantore. Una fabbrica m’ha inghiottito
mentre ancora vestivo i pantaloni corti, le scarpe chiodate,
il cappotto del nonno morto rivoltato con cura,
e là s’è acquietata la mia pena, tra gli uomini azzurri
e le rosse bandiere: con loro ho sfidato l’ansia primigenia
e la paura di restar solo. Ho amato instancabilmente, e riamato
ho goduto d’inimmaginata fortuna, sempre la bellezza
ho avuto a lato  e la dolcezza dei baci riassaporo,
ora che vecchio, delle voci ne ascolto solo una, quella
profonda che m’appartiene. E’ la voce del canto che
non m’ha tradito; disgiunta da me stesso  e dai miei
errori vorrei affidarla pura ai miei bambini. Loro ancora
mi vedono bello come un dio, e sapiente, ardimentoso,
spada excalibur  e scudo, buffone e invincibile
cavalcare il tempo, immortale e antidoto d’ogni male.

Verrà il dì dell’ultimo viaggio - non conosco il come e il quando -
ma non tarderà, e me ne andrò come tutti,
senza valige e fagotti, lasciando un’invisibile scia di sogni.



[i] La poesia si ispira ai celebri versi di Antonio Machado (Siviglia, 26 luglio 1875 – Colliure (FR), 22 febbraio 1939), canto XCVII di Campos de Castilla.

giovedì 13 dicembre 2018




Santa Lucia.

Oggi, 13 dicembre 2018, giorno dedicato a Santa Lucia, vergine e martire. Mi legano a questa Santa i ricordi di mio padre, musicista, ed i pranzi sociali della famosa Banda Musicale di Castelnuovo di Val di Cecina, che da molti anni non esiste più! Ma, più che altro, questa Santa ha dato il nome ad un casolare nella pendice di Montalbano, proprio in faccia alla mia finestra. Ci andavo, lassù, da ragazzo, con due o tre amici, a battere la coccola dei ginepri, per rivenderla a un trafficante del paese per poche lire al chilo! Infine, negli ultimi 20 anni, è stata la meta delle mie passeggiate, qualche volta mi son fermato alle Cerinaie, altre volte son salito al Poggio ai Nibbi ed a Santa Lucia. Ho bei ricordi, in tutte le stagioni, di questa fenomenale escursione, ed anche di ispirazioni poetiche e sogni. Questa poesia appartiene alla raccolta El poeta canta por todos, pubblicata nel 2008, tradotta in lingua spagnola da una indimenticabile amica. Su quella pendice della collina c'anche la famosa "farfalla", ossia  tre campi che cangiano colore ad ogni stagione: stamani, un po' a sorpresa, la farfalla è bianca di neve!

Santa Lucía

<Por Santa Lucía,
mengua la noche
y crece el día>

Cae un rayo de sol,
oblicuo y tardío,
sobre las antiguas aldeas, ahí arriba,
más allá del bosque cárdeno
y un tenue cielo
se marchita en la sombra.
Miro la fortaleza,
que refulge dorada
y este tembloroso
olivo arbequín;
recojo bellotas
entre las hojas muertas
y contemplo el pausado
vuelo de un pájaro.
Sólo faltas tu
para hacer perfecto el día
del año más efímero;
cerrada está la puerta del corazón,
tirita el romero
con el último beso
de una abeja solitaria.

lunedì 10 dicembre 2018









Le pagelle, le scuole Aziendali
ed il lavoro di Carlo Groppi
(nato il 3/9/1938).

Prima elementare. 1 settembre 1944 – 30 giugno 1945. BOCCIATO, RIPETENTE. Maestra sconosciuta, quasi sempre assente. Scuola Sotto la Voltola. Abitavo al Podere Carbonciolo, con mia madre e mia sorella. I nostri genitori si erano separati nel 1943.

Prima elementare. 1 settembre 1945 – 30 giugno 1946.  Mettono la mia data di nascita 9 settembre 1938. 7 assenze. 5 materie: Religione 8; Educazione morale, civile e fisica 8; Lingua italiana 9; Aritmetica e geometria 9; Disegno e bella scrittura 7 . Insegnante Imperia Marrucci. Aula Palazzo Comunale. Ero andato ad abitare con mio padre e con i miei nonni paterni. A Castelnuovo.

Seconda elementare. Manca la pagella. 1 settembre 1946 – 30 giugno 1947. Palazzo Comunale. Maestra Lia Franceschini.

Terza elementare. 1 settembre 1947 – 30 giugno 1948. Data di nascita 3 settembre 1938. Palazzo Comunale. Insegnante Norma Nesi. Assenze: 4. Religione 9; Educazione morale, civile e fisica 8;  Lavoro 8; Lingua italiana 8; Storia e geografia 9; Aritmetica e geometria 8; Scienze e igiene 8; Disegno e bella scrittura 7; Canto 6.

Quarta elementare. 1 settembre 1948 – 30 giugno 1949. Data di nascita 7 settembre 1938. Palazzo Comunale. Insegnante Orsini Otello.  Assenze 18. Religione 8; Educazione morale, civile e fisica 10; Lavoro 8; Lingua italiana 8; Storia e geografia 9; Aritmetica e geometria 8; Scinze e igiene 8; Disegno e bella scrittura 8; Canto 8.

Quinta elementare. 1 settembre 1949 – 30 giugno 1950.  Manca pagella perché depositata al primo anno delle cuole medie di Pomarance. Maestra Domitilla Desi (Didi).

Preparazione per esame di ammissione alla Prima Media di Pomarance: Maestra Marisa Berti. Superato esame, inizia Scuola Media, mese di settembre 1950.  A primavera 1951 mio padre mi ritira dalla scuola (nonostante che io fossi bravissimo!) per prepararmi all’esame di ammissione ai 4 anni delle Scuole Aziendali della Larderello SpA. Preparatori Mauro Bacci e Marisa Berti. Il Bacci diplomato e Marisa, la sua fidanzata, maestra elementare.  Superato esame di ammissione da 33 maschi sui 100 candidati.

1° Corso delle Scuole Aziendali. 1 settembre 1951 – 30 giugno 1952. Promosso, non esisteva pagella e i voti venivano affissi in una Tabella delle aule scolastiche (4 aule, una ciascuna per ogni corso). Al primo Corso erano iscritti ragazzi  di età dai 12  ai 15 anni, compresi coloro che avevano fatto i 3 anni della scuola di Avviamento al Lavoro di Pomarance.  Ricordo di essere stato abbastanza bravo, tra i primi cinque del corso.

2° Corso delle Scuole Aziendali. 1 settembre 1952 – 30 giugno 1953. Promosso, con notevoli carenze in matematica. E’ stato l’anno della mia crisi, per me il più difficile.

3° Corso delle Scuole Aziendali. 1 settembre 1953 – 30 giugno 1954. Promosso primo della classe! Ricordo di essere andato a Larderello a ricopiare i risultati affissi nella bacheca della scuola:  dei 33 partenti eravamo rimasti in 24. Di questi 24, 14 risultarono insufficienti e dovettero ripetere l’anno; gli altri 10 furono ammessi al’ultimo anno, che non aveva tutte le materie, ma solo quelle della specializzazione richiesta tra le due assegnate dalla Direzione. Nel mio caso la scelta era tra Elettrotecnica e Perforazione.
I miei voti furono: Italiano 8; Matematica 8; Elettrotecnica 8; Meccanica 8; Perforazione 8; Disegno industriale 7; Officina meccanica 6. Ottenni 61/64 e superai il fino ad allora più bravo della Scuola Giancarlo Montagnani di ben 3 punti! Lui aveva fatto i 3 anni di Scuola di Avviamento al Lavoro ed era più grande di me.

4° Corso ed ultimo delle Scuole Aziendali. 1 settembre 1954 – 30 giugno 1955. Le materie erano: quella tecnica del settore prescelto (teorica e pratica), disegno industriale; italiano e matematica superiore. Io scelsi perforazione (cioè geologia, cartografia, apprendimento su un piccolo impianto rotary destinato alla scuola).  La classe si riuniva soltanto a italiano e matematica, le materie delle specializzazioni prescelte avvenivano in aule separate. Mi ricordo di aver avuto  compagno Mario Nati, il mio grande amico.
Data la non omogeneità della frequenza non fu possibile dire chi fossero i migliori essendo diversi i criteri di valutazione. Io fui il primo di perforazione; Giancarlo Montagnani fu il primo di elettrotecnica. L’anno seguente (1956) io e Giancarlo fummo premiati come i migliori allievi del Corso Quadriennale con 30.000 lire e l’encomio del Direttore Generale della Larderello SpA, Ing. Niccolò Gennai, alla presenza di tutti i professori e degli alunni delle Scuole Aziendali nel nuovo complesso scolastico costruito  nell’area del nuovo villaggio di Larderello progettato dall’architetto Giovanni Michelucci e dalla sua equipe. Le fotografie della premiazione furono pubblicate sulla Rasegna della Larderello SpA.

In sostanza, dei 33 ragazzi partiti alcuni si ritirarono dopo la prima bocciatura, altri ripeterono la classe, ma praticamente almeno 25 o 26 arrivarono in fondo e chi prima chi dopo fu assunto alla Larderello SpA. Almeno due dei promossi non furono assunti per discriminazione politica Bargelli Romano, Frequenti Umberto, altri attesero più a lungo, tra questi anche Giancarlo Montagnani, figlio di un comunista e comunista lui stesso! Poi entrò e fu collocato tra i disegnatori, credo al settore chimico.

Io fui assunto il 16 febbraio 1956 attraverso una Cooperativa come manovale e destinato fin dal primo giorno all’Ufficio Geologico, nel quale ricopriva un ruolo importante il mio professore di perforazione il pm. Ferdinando Battini, un socialista.  Insieme a me fu assunto il mio amico Mario Nati di Larderello. Rimasi dipendente della Cooperativa da febbraio 1956 al 15 settembre 1959, quando, finalmente, fui assunto dalla Larderello SpA, sempre nel settore minerario. Ero cresciuto in una famiglia e in un ambiente di sinistra (social-comunista) e dovetti attendere la nazionalizzazione della Larderello SpA nell’ENEL (1963) per avere la più bassa categoria di inquadramento con trasferimento ad un Ufficio di Programmazione, trasferimento e attività che mi consentiranno una notevole ascesa professionale, fino alla categoria A.  Gli anni delle Scuole Aziendali ci sono stati riconosciuti  solo per una indennità di diploma; quelli nella Cooperativa come anni di effettiva attività e così con 35 anni e 6 mesi di ininterrotto lavoro sono andato in pensione nel 1991.

venerdì 7 dicembre 2018







Enélide Benucci.

Da Salvadore Benucci (detto "Dore" o "il Brogio"), fabbro ferraio e poi operaio meccanico alla ditta De Larderel e musicante, e da Angiolina Cascinelli, nasce  nel gennaio del 1884, secondogenita di quattro figli,  Enélide, comunemente conosciuta cone Enelida o "Nélida". Dore e Angiolina, entrambi nati nel'aprile del 1859, hanno 35 anni. Gli altri figli sono: Artidoro, 1880; Italia, 1886 e Paolino, 1891.

Nel 1901 Enelida parte da Castelnuovo, come altre sue coetanee, per recarsi "a servizio" presso una famiglia facoltosa. Dati gli stretti vincoli affettivi esistenti nell'ambito familiare, per permettere ad una ragazza adolescente di lasciare per mesi, se non addirittura per anni, i propri genitori e parenti e il proprio paesello, le condizioni economiche del tempo dovevano essere molto misere. Così, in un mattino sereno d'autunno, Enelida e Salvadore, montati a cassetta di un barroccio di un certo Gennai che trasportava il sal borace da Castelnuovo a Saline di Volterra, partono dal borgo natio per andare incontro all'ignoto. Hanno infatti in tasca una richiesta di lavoro come cameriera-guardarobiera da parte di una "principessa russa", sposa di un principe Borghese che viveva nella sua villa di Isola del Garda. Da Saline a Verona in treno! Chissà quali pensieri turbinavano nella mente dei due al vedere così tanti, nuovi, mutevoli e lontani paesaggi di cui prima di allora avevano ignorato l'esistenza! E le stazioni delle città e le città stesse intraviste fugacemente, immense rispetto al piccolo borgo di Castelnuovo praticamente immutato da secoli! A Verona finisce il viaggio in treno e Salvadore, dopo aver visto partire la figlia su una diligenza diretta a Gardone, riprende un treno verso sud: a casa lo attendono il lavoro, la moglie e gli altri tre figli senza il cui pur modesto salario non avrebbero potuto campare. A Salò una barca attendeva Enelida, la giovane e graziosa "servetta" toscana, dalla parlata così vivace e sonora e dai biondi e lunghi capelli, per condurla all'Isola dove sarebbe rimasta per circa due anni. Poi il ritorno, con la dote, con i vestiti dismessi di qualche nobile dama, gli aranci e i limoni colti nel giardino e un orologio d'oro. E, in più, i ricordi magici di una esperienza - quasi una fiaba - che l'avrebbero accompagnata per tutta la vita, se appena due anni prima di morire novantenne – ancora me ne avrebbe raccontato qualcuno accompagnandolo a frasi in una lingua straniera, il russo. Al paese conosce Dario, operaio e musicante, si vedono alla Messa, ai concerti ed ai balli della Filarmonica e, soprattutto, alle operette nelle quali lei canta. Si sposano e nel 1906 nasce il primo figlio, Gino. Ma la vita è dura e come tanti altri castelnuovini, Dario è costretto ad emigrare in America per cercar fortuna nelle miniere di carbone della Pennsylvania, ma ritornerà povero. Infatti teme più volte per la propria vita, rimasto indenne nel crollo di una galleria, poi assalito dai banditi sul treno che lo portava a suonare ad un concerto in una cittadina del bacino carbonifero, infine, derubato dei pochi risparmi dalla "mano nera",una banda  della mafia siciliana, con i soldi di una colletta tra i compagni di lavoro rientra a Castelnuovo dopo quasi cinque anni di assenza e rivede la giovane sposa e il figlio che appena aveva visto nascere. Nel 1915 nasce il secondo figlio, Renzo, mio padre. Una vita laboriosa ed onesta; un grande amore per la famiglia; il secondo lavoro di calzolaio, specialmente ad "opre" dai contadini di Solaio, Anqua e Fosini e una smisurata passione per la musica da parte di tutti: i figli suonano il mandolino, il sassofono, il clarino, il quartino, la fisarmonica e Dario è un vero virtuoso, benché miope, conosce a memoria tutti gli spartiti delle marce e delle sinfonie e suona perfettamente. Anche Enelida ha una bella voce. Il fascismo non li perseguita, perchè pur di idee vagamente socialiste "stanno al loro posto", poi per Dario, nel 1946, all'età di 67 anni, la pensione e la liquidazione, con la quale Enelida comprerà due paia di lenzuola bianche! I figli si sono sposati e hanno messo su casa, ci sono i nipoti. Dario muore giovane, nel 1948; Enelida vive serenamente insieme al figlio Renzo ed al nipote Carlo, fino al 1974, quando si spenge senza soffrire, alla bella età di 90 anni.

giovedì 6 dicembre 2018




Carlo e Benito, appollaiati sul fico!

Il primo avvertimento.

Appollaiato sul ramo di un fico
con timore attendevo la mia bella,
che dopo il Vespro sarebbe passata,
ma il suo nome non dico!

Certo, era bella, lo posso affermare!
anzi bellissima coi seni maturi,
un vestitino frusciante
e i lunghi capelli scuri.

Con un balzo le fui accanto,
ma non ebbe paura,
m’aveva già visto tra le foglie
ed era pronta per le prime
schermaglie d’amore.

Di baci, nemmeno a parlarne,
su quelle labbra pure:
e pur la voglia era tanta!

Sulla via polverosa
camminavamo leggeri
come due sposini
di ritorno dalla fiera,
tra carezze lievi
e le speranze della primavera.

Si accese nella casa il lume
e nel cielo la prima stella,
più veloce si fece il suo passo:
la vidi scomparire nell’ombra densa
delle querce grandi e tremanti
senza un saluto!

Fu il primo avvertimento
di un lungo soffrir che m’attendeva.

martedì 4 dicembre 2018





Siamo stati giovani…

Stamani ho incontrato il mio amico Benito. Anche lui, come me, era nato prima delle famose leggi razziali di Mussolini e, pur essendo stato battezzato col nome del Duce, era cresciuto in una famiglia comunista! A me era andata leggermente meglio  perché mi misero il nome Carlo (che vuol dire “uomo libero”), ed anch’io fui presto un giovane comunista. Con Benito ho fatto le classi elementari, poi prendemmo strade diverse, io entrai  alla Larderello SpA e lui fu assunto come spazzino del comune. Era intelligente e in futuro fu un Vigile Urbano, benvoluto da tutti. S’innamorò presto di una bella ragazzina del paese, credo che  lui avesse 17 anni e la ragazza 13. Fino ad allora eravamo stati amici di avventura.  Eravamo entrambi di modestissima appartenenza sociale, ma lui vantava qualche parentela cittadina, possedeva un paio di guantoni da boxer e, quando andavamo  al torrente Pavone a fare il bagno nel Pozzo delle Pecore, indossava un moderno slip, mentre gli altri ragazzi erano nudi! Quello di fare il bagno in Pavone (il mare non l’avevamo ancora visto!) era diventato un rituale: la stagione fluviale veniva inaugurata  il giorno della fiera di giugno, il 10 del mese, se non ricordo male. Allora giù per il viottolo dal paese al torrente, un paio di chilometri, c’era un gran movimento. Si potevano seguire due o tre tracciati, a seconda di dove erano alberi con frutta matura, ma i pozzi erano sempre quelli, della Ripresa, dei Cavalli e delle Pecore, quest’ultimo era il più grande e profondo. Aveva in più una roccia sul pelo dell’acqua dalla quale potevamo tuffarci nella “buchina”. Il punto più profondo, ed in più, al di sopra, scorreva la gora dell’acqua della corta del Mulino, ed era possibile, per i più grandi e coraggiosi, fare il tuffo  dal ceppo di un albero tagliato a pari livello con l’argine della gora. Io questo tuffo non l’ho mai fatto!  Sulla sponda destra c’era un bel riporto di ghiaia e sabbia, dove ci stendevamo nudi a prendere il sole. Insomma, un paradiso!  Ho una fotografia che ci ritrae, Luciano di Masino, Benito e me. Lui con lo slip e noi nudi, no, per la foto ci eravamo messi a mo’ di slip una bella foglia di farfalo! Caro Benito, che gioia rivederti  ogni tanto e poter parlare di quegli anni lontani! Quando ti venne a mancare la tua amata, credevo che anche tu  ci avresti lasciato, tante malattie, interventi chirurgici e poi, poco a poco, una semiinfermita…ma la tua forte fibra e l’amore dei tuoi amici e familiari piano piano ti hanno rimesso in pista…adesso con un deambulatore, ma la tua memoria è rimasta viva e così  la tua capacità di raccontare…di sorridere e farci sorridere.  Non è poco, caro amico!

lunedì 26 novembre 2018









Io, la musica e mio padre.

Dario, il mio nonno paterno (1879), è stato un virtuoso clarinettista con i Maestri Batoni e Manoni, fino ai suoi anni tardi, quando  doveva posizionare le partiture sull’estremità del clarinetto dati i problemi alla sua vista;  è morto relativamente giovane nel 1948 all’età di 69 anni. Ho di lui soltanto uno sbiadito ricordo, formatosi, credo, più dai racconti della nonna e di mio padre, che non dalla mia memoria. La nonna, Enélide,  (1884), era stata una cantante nelle operette paesane agli inizi del ‘900, ma poi era stata assorta dalle vicende della sua vita, il marito emigrato negli Stati Uniti, in figlio da allevare, e senza rimesse alcune di denaro in quanto il nonno minatore in Pennsylvania  guadagnava un misero salario che appena era sufficiente a mantenerlo; ed alla fine, quando  rientrò nel 1913, la tristemente famosa banda della “mano nera”  lo aveva derubato dei pochi risparmi! Devo dire che il nome di questa banda di criminali di New York non deriva dalla presenza dei “neri”, poiché era totalmente costituita da bianchi, e per di più a maggioranza italiana! Dopo il primo figlio Gino, (1906), al rientro di Dario nacque, nel 1915, mio padre Renzo. Gino è stato un bravo sassofonista, ma il fratello minore di 9 anni, lo superò ben presto, tanto che nel 1927, all’età di 12 anni, fu assunto dalla Società Boracifera di Larderello, proprio in virtù della sua fama di “musicante”. Posso dire che da questi  tre virtuosi la successiva prole abbia “dirazzato”! Infatti  né io, né mia sorella,  abbiamo appreso l’arte musicale, e delle uniche due figlie di Gino, nate paiotte,  soltanto Jolanda strimpellava un piccolo organino, ma solo per diletto personale.

Di mio padre ho un ricordo ancora lucido, almeno fin dall’età di 10 anni., quando messo in disparte il clarinetto piccolo si bemolle, si era dedicato completamente alla fisarmonica, nella quale, presto fu un vero virtuoso ed innovatore, lasciando ad altri paesani l’approccio popolare  e dedicandosi al jazz ed alla musica dei maestri italiani, austriaci e ungheresi. Insieme ad altri dette vita al quintetto jazz “Stella d’argento” che  ebbe un gran successo tra le truppe americane che  sopraggiunsero a Castelnuovo  all’inizio dell’estate del 1944. Nel dopoguerra , dopo tante sofferenze, il popolo si dette alla pazza gioia e i veglioni da ballo imperversarono. Ed il “quintetto”, arricchito da giovani cantanti e quale apprendista, ebbe il suo periodo di gloria. Infine fu ricostituita la Banda Musicale, una grande Banda del Comune di Castelnuovo, con la sua Sede, la Scuola di Musica e l’affluenza di tanti giovani ragazzi e ragazze. Resterà famoso un concerto nel grande Cine-Teatro di Larderello del 1973, registrato dalla BBC di Londra, diretto dal Maestro Alfio Benincasa, rampollo di una dinastia di Maestri musicisti.

Come minimo mio padre  si esercitava in casa per circa due ore al giorno, ed io dovevo sorbirmi non le allegre canzoni melodiche che andavano per la maggiore, ma gli esercizi per fisarmonica di Lizst, che andavano dall’uno al dieci, cioè solo dei primi tre o quattro, perché al primo errore il babbo si rifaceva da capo! Tante volte, quand’ero più grandicello, gli chiedevo di suonarmi una canzonetta, come Gigolé, o Pino solitario, o Besame mucho, ma lui non mi ha mai accontenato. Si era fatta una convinzione sulle mie inconsistenti qualità musicali! Ed aveva ragione, ma allora non lo capivo e per questo rifiuto non mi sono mai avvicinato ad uno strumento musicale.  Avevo davvero “dirazzato”, forse  prendendo il dna di mia madre e della sua stirpe, che non annoverava alcun rappresentante musicista, o musicante.

Tuttavia, crescendo,  fui contagiato dalle canzoni americane e sudamericane ed anche francesi, ma più per stringere tra le braccia le giovani ragazze che per l’amore verso la musica. Intanto, anche in casa, avevamo una radio, una radio con giradischi, mentre il babbo aveva ripreso in mano anche il quartino ed il clarinetto, oltre che la fisarmonica, ed era molto attivo all’interno della Banda e nella Scuola di musica paesana.

Cominciai a superare mio padre poco a poco sul piano “culturale” della musica, lasciando in disparte le canzonette e le romanze d’opera ed avvicinandomi alla “musica classica” dei grandi musicisti del mondo.

All’inizio mio padre mi prendeva un po’ in giro, ma alla fine cominciò a venire con me ai tanti concerti alla Gran Guardia di Livorno, al Politeama di Pisa ed al Comunale di Firenze.  E fu proprio al Comunale di Firenze che avvenne l’incontro tra me ed il grande violoncellista russo David Oistrach, proprio nel suo camerino, con abbracci, foto e dedica sul libretto del Concerto! Negli anni che precedettero la sua immatura morte, mio padre aveva imbracciato ogni sera la sua fisarmonica, una bellissima Farfisa,  e suonava alla presenza dell’amico suo e padre di mia moglie, Enzo, che era un suo ammiratore! Per fortuna gli ho registrato un nastro mentre i due si divertivano con la musica della fisarmonica! Ricordo come fosse ieri l’ultima sua “suonata”, alla vigilia del Natale 1984, pochi giorni prima del ricovero in ospedale a Volterra, dove morirà il 19 gennaio seguente, per un mesotelioma pleurico da inspirazione di fibre di amianto.

Ed è per questi ricordi che stasera, in un giorno piovoso di novembre, ho riascoltato il cd con i brani del “famoso” concerto del 1973! Memorie lontane.