venerdì 1 agosto 2014



L’Unità è viva,


così titolava “l’ultimo” numero del giornale quotidiano fondato da Antonio Gramsci nel 1924. Ho acquistato l’unica copia ancora disponibile nell’ edicola del paese. Mi sono commosso, anche se non avrei dovuto, dato che da più di venti anni non lo leggevo. Del resto non leggevo più alcun giornale quotidiano. Ma l’Unità è stato una parte importantissima della mia vita e nel bene e nel male l’ho avuto come padre e madre e fratello e maestro e anche amante. Non ripudio quasi niente del passato anche se, come quasi sempre accade per le classi subalterne a quelle dirigenti, ho scoperto d’essere stato lungamente e scientemente tradito. Amavo il Partito Comunista Italiano e tutti i suoi alleati e “fratelli”, credevo che, offrendo il mio tempo, sudore, denaro, sapere, di contribuire alla realizzazione di quella “rivoluzione” sociale, culturale, umanistica che si sarebbe dovuta affermare nel Mondo per quelle magiche parole di libertà, uguaglianza, fraternità…che mi s’erano impresse a fuoco vivo nell’anima. Invece era soltanto un’offerta simbolica, una maschera, un paravento. Il denaro arrivava da lontano, la stampa godeva di contributi dello Stato, i bilanci erano falsi, il grande “patrimonio” un colossale debito. Nella diaspora del Pci tutto s’è dissolto. E i nuovi Demiurghi hanno cancellato perfino i ricordi. Mi sono aggrappato ad ogni “rinascita”, fino ad oggi, seguendo il braccio del fiume più importante nel paludoso delta della storia contemporanea, ma ormai vecchio “rottame”, cerco di cancellare o almeno obliare il passato, dimenticando manipolazione e inganno, cercando altrove il combustibile della vita. D’altra parte, come ebbe a scrivere Leopardi, l’amato, …al gener nostro il fato/ non donò che il morire./Ormai disprezza/te, la natura, il brutto/poter che, ascoso, a comun danno impera,/e l’infinita vanità del tutto. 

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