domenica 22 settembre 2013






1943-1944: le distruzioni della guerra, le mine dei tedeschi ed i bombardamenti degli anglo-americani.

Geotermia, un frammento di stelle lontane (VIII).

monopolio controllato dal portafoglio della holding finanziaria "La Centrale" detentrice del pacchetto azionario di maggioranza della telefonica "Teti" (operazione che avverrà sotto gli auspici di Pirelli e la protezione politica di Costanzo Ciano), il suo presidente, Luigi Bruno, lo troveremo membro del Consiglio di amministrazione della "Larderello", probabilmente con un ruolo di indirizzo e controllo. La spinta autarchica del regime, attraverso i finanziamenti dell'IRI, rafforzerà ancor più le imprese elettriche e siderurgiche toscane saldamente controllate da un omogeneo gruppo di potere (anche la Società Montecatini ha uno dei suoi uomini più rappresentativi, l'ingegnere Giacomo Fauser, nel Consiglio di amministrazione della "Larderello"). Non si deve inoltre dimenticare che Piero Ginori Conti reggerà le sorti della Confindustria pisana, ininterrottamente, dal 1928 al 1939 (anno della sua morte), e sarà sostituito  nell’alta carica dal figlio Giovanni fino al 1944[1].
Dal secondo semestre del 1926 lo sciopero è illegale in Italia, così come ogni altra manifestazione di dissenso, e un opprimente paternalismo tutto vigila e comanda  nelle Fabbriche della “Larderello”. Gli stretti legami che uniscono il principe Piero Ginori Conti alle autorità fasciste e allo stesso Mussolini sono ampiamente noti. La metà degli anni '30 segna l'inizio di più umane condizioni di vita degli operai boraciferi, fino ad allora tenuti in soggezione assoluta dalla famiglia Ginori Conti. Le Fabbriche Boracifere sono completamente fascistizzate e le uniche rappresentanze dei lavoratori sono costituite dai sindacati corporativi i cui vertici vengono nominati dal partito, mentre gli esponenti locali, anch'essi espressione dei segretari politici dei paesi ove sorgono i maggiori stabilimenti e centrali elettriche, risultano totalmente asserviti ad ogni istanza gerarchica della Direzione, che vi impone la propria legge attraverso i cosiddetti "Ministri", uomini rudi e autoritari che godono i favori incondizionati del principe Ginori. Nel 1938, dopo il ritrovamento di potenti soffioni (il "soffionissimo n. 1" era esploso a Larderello, praticamente entro lo stabilimento, il 26 marzo 1931 e la sua fama - 220.000 Kg/h. di vapore e un rumore assordante che si udiva nel raggio di venticinque chilometri, - fece il giro del mondo)[2] e l'entrata in servizio della grande centrale geotermoelettrica "Larderello II", il principe Ginori viene ricevuto dal Duce al quale spiega la potenzialità della geotermia nell'ambito di una politica autarchica. Nella primavera dell'anno seguente si propaga sulla stampa l'inattesa notizia che il principe si appresterebbe a trasferire gli uffici della Società Boracifera dalla sede di Firenze a una nuova sede in Volterra, ma la sua morte, che avverrà alla fine dell'anno per una incurabile malattia, troncherà sul nascere l'interessante progetto e nessuno ne parlerà più[3].

La "statalizzazione" della Società Boracifera Larderello.

            Nel 1935, per la compartecipazione alla elettrificazione della linea ferroviaria Firenze-Roma, il principe Ginori, azionista di maggioranza e Presidente della "Larderello", si fa anticipare dalle Ferrovie dello Stato quindici milioni di lire onde sfruttare i due "soffionissimi" perforati due anni prima a Serrazzano. E' di questo periodo l'approvazione della Legge 318, del 18 febbraio 1939, riguardante l'espropriazione del diritto di ricerca nel sottosuolo nelle province di Grosseto, Pisa, Siena e Livorno. Tale diritto viene attribuito in esclusiva alle Ferrovie dello Stato che lo eserciteranno attraverso la "Larderello"[4].
            Fino agli ultimi anni '30, grazie alla conveniente politica tariffaria, le Ferrovie avevano continuato ad acquistare l'energia necessaria ai propri locomotori dalle maggiori aziende elettriche dell'Italia settentrionale: Società Adriatica di Elettricità (SADE), Cisalpina (del gruppo Edison) e Acciaierie Falck. Nel 1938, volendo imprimere un diverso indirizzo di sviluppo, l'Amministrazione delle Ferrovie affiderà alla Società Elettrica Alto Adige l'incarico di realizzare un impianto idroelettrico sull'Isarco-Rienza: il primo gestito interamente dalle Ferrovie per il proprio fabbisogno energetico. La ricerca di fonti autonome di approvvigionamento, dettata da orientamenti di strategia aziendale, aveva anche motivazioni più schiettamente tecniche. Per alimentare le linee elettriche a corrente continua di 3,4 kW occorrevano rilevanti forniture di energia, stante la estensione e il numero delle linee stesse sulle quali veniva smaltito un traffico rilevantissimo. Occorrevano quindi centrali elettriche aventi caratteristiche tali da poter garantire, in ogni caso e con larghezza in potenza e in energia, la continuità delle forniture anche nell'alternarsi delle stagioni e delle vicissitudini meteorologiche che, specie nelle regioni centro-meridionali del nostro Paese, hanno spesso andamento irregolare. All'impianto sull'Isarco si affiancò, sempre nel 1939, il moderno impianto geotermico per lo sfruttamento del vapore dei soffioni boraciferi di Larderello dotato di tre turbo-alternatori Tosi da 12.000 kW, ai quali seguirono altri tre gruppi gemelli (due nel 1940 e uno nel 1941), impianto che detenne il primato mondiale tra le centrali geotermoelettriche fino agli anni '50[5]. L'esercizio degli impianti venne affidato alla "Larderello, Società per lo sfruttamento delle Forze Endogene", costituita il 24 maggio 1939 con sede sociale a Roma, Largo Ponchielli, 4". In essa le FF.SS., per aver conferito alla "Larderello" l'uso della esclusiva di ricerca, ottennero la maggioranza assoluta delle azioni, molte delle quali a voto plurimo, pari al 70,1% dell'intero capitale sociale. La famiglia Ginori Conti unitamente ad altri piccoli azionisti, rimase “socio di minoranza”, mantenendo tuttavia un notevole peso nel Consiglio di Amministrazione.
Il 9 dicembre 1939, sei giorni dopo la morte del principe Ginori, la vecchia Società "Larderello" o "Boracifera" si trasforma in "Larderello Società Anonima" per lo sfruttamento delle forze endogene: ha un capitale di cinquantaquattro milioni di lire (contro i sedici precedenti) e fissa la propria sede centrale a Roma. Antonio Stefano Benni, manager delle Ferrovie dello Stato, è il nuovo Presidente del Consiglio di Amministrazione; il conte Giovanni Ginori Conti, figlio di Piero, vice Presidente. Due altri membri della famiglia Ginori, Federico e Pompeo Aloisi, figurano tra i consiglieri mentre tutti i restanti membri della vecchia Società vengono sostituiti. Due funzionari delle FF.SS, gli ingegneri Micarelli e Virgili, assumono i poteri dirigenti. La concessione di ricerca e coltivazione dei giacimenti minerari di vapori e gas da utilizzare per la produzione di energia elettrica nelle quattro province toscane, è riservata alle Ferrovie dello Stato che l'esercitano tramite  la "Larderello". Il capitale sociale viene innalzato alla ragguardevole cifra di centocinquanta milioni[6].
All'atto dell'insediamento il Presidente Benni dichiara di prevedere "dopo il 1942, due miliardi di kWh annui per concorrere a facilitare la elettrificazione delle ferrovie italiane, che tramuta in un compito nazionale ed autarchico quello che altri hanno ritenuto un semplice problema regionale e di interesse soltanto economico...Diritto è quello di concorrere, nell'obbedienza al Duce in un bene inteso compito corporativo, al notevole aumento della produzione della energia elettrica nazionale..."[7]
La "Larderello" è ormai una realtà di tutto rispetto nel panorama energetico, rappresentando il 4,5% dell'energia prodotta nell'intero paese. Ma sono anni di guerra, anni difficili e le ottimistiche previsioni di Benni non si concretizzeranno. E' già significativo che nel 1943 sia raggiunta una produzione massima mensile di 98 milioni di kWh, con sei turbine da 12.000 kW alla Centrale II di Larderello, quattro turbine da 12.000 kW alla Centrale di Castelnuovo, due turbine da 3.500 kW alla Centrale Larderello I, una turbina da 3.500 kW alla Centrale di Sasso, una turbina da 3.500 kW alla Centrale di Monterotondo e con due turbine da 3.500 kW alla Centrale di Serrazzano[8].
Tra il 1937 e il 1942 la potenza geotermoelettrica cresce di otto volte e la produzione di sette, arrivando a sfiorare quasi il 5% della produzione nazionale. Infine, l'ulteriore variazione della ragione societaria si avrà il 28 febbraio 1945, quando la "Larderello" passerà da "Società Anonima" a "Società per Azioni", Società nella quale le FF.SS. rafforzeranno il proprio potere estromettendo dal pacchetto azionario i rappresentanti delle famiglie Ginori Conti e Larderel, pesantemente compromessi con il regime fascista[9].
             
Guerra e ricostruzione.
  
            Durante gli ultimi mesi del conflitto bellico tutto l'apparato industriale di Larderello viene gravemente danneggiato dai bombardamenti degli Alleati e dalle mine delle truppe tedesche in ritirata. Alla fine della guerra le distruzioni complessive della "Larderello" raggiungeranno il 25% delle consistenze patrimoniali del 1943. Risulteranno devastati la Centrale II, la sottostazione elettrica e gli impianti chimici. Sono stati fatti saltare la campata del ponte monumentale di accesso a Larderello e la maggior parte dei boccapozzi dei soffioni. Miglior sorte non avranno le altre Fabbriche, mitragliate e bombardate; in particolare saranno messe completamente fuori uso le due Centrali elettriche di Castelnuovo. I militari tedeschi, con la passività della Direzione aziendale, depredano i magazzini dell'acido borico per inviarlo in Germania, ma ormai non dispongono di mezzi adeguati per smontare e trasferire il macchinario elettrico più pregiato. In una notturna, tacita e pericolosa gara contro i nazifascisti, gli operai caricano su automezzi di fortuna il macchinario delle officine per metterlo in salvo a Pomarance, nascondendo nelle fogne e in altri luoghi sicuri, materiali metallici, cavi elettrici, strumenti di misura e di precisione, per poterli riutilizzare al momento della ormai prossima Liberazione. Nel "momento della verità" la Direzione Aziendale, per viltà ed opportunismo, abdica di fronte alla violenza delle armi nazifasciste mentre i lavoratori cercano di salvare la Fabbrica a costo del sacrificio supremo della vita. Sacrificio che si verificherà puntualmente nel tragico eccidio degli ottantatre minatori di Niccioleta, di cui settantasette trucidati a Castelnuovo, nella tarda sera del 14 giugno 1944, insieme ad altri quattro giovani partigiani, a pochi metri dalla Centrale elettrica[10].
            Il Consiglio di amministrazione della "Larderello", presieduto da Antonio Stefano Benni, convoca gli azionisti in assemblea generale ordinaria nella sede di Piazza Strozzi a Firenze, città non ancora liberata, il 19 maggio 1944. Si approva l'Esercizio 1943 e il trasferimento, avvenuto sotto l'incalzare della disfatta fascista, della sede legale da Roma a Firenze. Il Presidente e numerosi consiglieri e sindaci revisori, di fronte al precipitare degli eventi e timorosi delle loro personali

                                                                                                             (continua)

[1] C. GROPPI, C, Fabbrica amica, cit., pp. 15-16; G. GINORI CONTI, L’industria boracifera, in “AA.VV., I progressi dell’industria chimica italiana nel I° decennio del regime fascista”, pp. 319-391, Tip. Ed. Italia, Roma, 1932.
[2] A. MAZZONI, I soffioni boraciferi toscani, cit., pp. 48-50.
[3] C. GROPPI, Fabbrica amica, cit., pg. 17.
[4] ibidem, p. 16.
[5] T. BOCCI, P. MAZZINGHI, I soffioni boraciferi di Larderello, cit., p. 101.
[6] V. CASTRONOVO, (a cura) Storia dell'industria elettrica in Italia, 4. Dal dopoguerra alla nazionalizzazione, 1945-1962, Laterza, Bari, 1996; A. MAZZONI, I soffioni boraciferi toscani, cit., p. 84.
[7] A. MAZZONI, I soffioni boraciferi toscani, cit., p. 18.
[8] C. GROPPI, Fabbrica amica, cit., p. 17.
[9] LARDERELLO  S.A., Anno 1939, I° Esercizio. Bilancio al 31 dicembre 1939, Cencetti, Firenze, 1940, pp. 10-11.
[10] C. GROPPI, Fabbrica amica, cit., p. 19; A. MAZZONI, I soffioni boraciferi toscani, cit., p. 103.

Nessun commento:

Posta un commento