mercoledì 22 dicembre 2021

 

ULYSSE.

 

 

Vien giù la rugiada.

Non fa bene, mia cara,

star seduti su quella pietra.

Provoca perdite bianche.

Avrei voluto essere la pietra

su cui sedevi,

anche a rischio per le emorroidi.

Piccolo tesoruccio,

non sai quant’eri carina!

Cominciano a piacermi

a quell’età. Mele acerbe.

Afferrano tutto quello che capita

sottomano.

Penso che è l’unico caso

in cui noi incrociamo le gambe,

stando a sedere.

Anche alla Biblioteca oggi:

quelle laureate,

beate le seggiole dove siedono.

Ma è l’influsso della sera.

Sentono tutte queste cose;

si aprono come fiori,

conoscono le ore,

girasoli, carciofi di Gerusalemme,

nelle sale da ballo

lampadari, viali sotto i lampioni,

violacciocca nel giardino

dove la baciai

dietro l’orecchio.

Vorrei avere un bel quadro

a olio di lei a quel tempo,

figura intera.

Era anche estate

quando le facevo la corte.

L’anno ritorna, la storia

si ripete.

Picchi e montagne

ancor sono tra noi.

Vita, amore, viaggio

intorno al piccolo mondo.

E ora? E  lei? Triste,

angosciata, naturalmente,

ma occorre stare in guardia

e non intenerirsi troppo.

Ne approfittano quasi sempre.

Un’altra volta,

sempre su quel pezzetto di sabbia.

Si scendono quattro scaloni.

La musica ti arriva alle spalle,

quando non te l’aspetti,

l’onda si quieta

nella striscia del faro.

Siamo fuori stagione.

Ettore Socci, ossia,

la sua bronzea testa,

sempre là,

nel giardinetto spoglio.

Sono contento che rimanga

anche dopo  che sarò morto.

Lui c’era e dei baci

non lo saprà nessuno.

Certo non lo dirò proprio ora.

Mi chino e rivolto

un pezzo di carta sulla spiaggia.

Me l’avvicino agli occhi

miopi e la scruto.

Una lettera? No, illeggibile.

Meglio avviarsi. Meglio.

Ho le gambe indolenzite,

le sere sono frigide,

alla mia età. Circolazione?

Tutti questi buchi

e sassolini, chi ce la farebbe

a contarli?

Non si sa mai quel che si trova.

Bottiglia

con dentro la mappa di un tesoro;

gettata da nave alla deriva?

Involucro di pacco postale?

I bambini vogliono sempre

buttar roba in mare.

Fiducia? Pane gettato

sull’acqua se lo contendono

uccelli bianchi.

 Che cos’è questo?

Un pezzetto di legno. Rosso

stinto.

Oh! Mi ha proprio sfinito

quella femmina.

Non son più giovane.

Mio zio s’addormentava

tra due, diceva. Forse.

Non son più giovane.

Tornerà qui d’estate?

Aspettarla per l’eternità

al riparo della duna?

Devo tornare.

Gli assassini lo fanno.

 E io?

Qui la marea non sale,

inutile, non sale. La luna

è debole, o, forse,

l’acqua non basta?

Anche l’onda sembra stenta.

La camicia rossa,

il pube verginale intatto.

Vietato depilarsi, solo

ai bordi, un pochino.

Quelli più lunghi, ribelli.

Non son più giovane

e la salsa umidità mi bagna.

No, non è pianto. Davvero.

 

Nota:

 

James Joyce, scrittore irlandese (1882-1914), dopo aver scritto un piccolo libro di poesie, una raccolta di novelle ed un saggio autobiografico, mise mano all’Ulysse, ardito romanzo psicologico nel quale l’Autore applicò una nuova tecnica narrativa. Così stava scritto sulla “Piccola Enciclopedia Mondadori” (PEM) che mi fu regalata nel 1954.  Una sera del 2009, mesto mesto, riportavo il libro, non letto fino in fondo, alla Biblioteca Comunale. Per la strada mi venne voglia di aprirlo e leggere qua e là, alla poca luce e senza occhiali. Mi pentii subito di restituirlo, anche se da sei mesi non riuscivo a superare la duecentonovantatreesima pagina (con qualche capatina oltre la cinquecentesima)… uno degli ultimi tentativi dopo una serie di altri innumerevoli insuccessi… Credo di aver fatto bene  a non arrivare fino in fondo a questo libro meraviglioso, rigenerante, perché mi rimase sempre qualcosa da desiderare e da sperimentare.

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