domenica 22 marzo 2015






Giustizia non vendetta, perdono non oblio.

Nel corso dell’anno 2014 e in questo 2015, rispettivamente 70° Anniversario della Liberazione del territorio delle Colline Metallifere Toscane e della Toscana, e il seguente 70° della Liberazione d’Italia e d’Europa dal nazifascismo,  con la fine del secondo tragico conflitto mondiale, non sono mancate le riflessioni sui temi del “perdono”, ai popoli, tedesco, italiano, giapponese ed ai loro alleati, nonché ai diretti responsabili dei “crimini di guerra”, in particolare  per lo sterminio di circa 6 milioni di ebrei. All’inizio degli anni ’90 alcuni giovani tedeschi, avevano richiesto il “perdono” per le rappresaglie compiute in Maremma, alle Autorità civili e religiose di Massa Marittima, ricevendone un rifiuto. D’altra parte, come ci ammonì Simon Wiesenthal, il perdono lo può concedere soltanto la “vittima” e pertanto la richiesta non ebbe allora seguito. Questa vicenda mi spinse ad una riflessione sul tema che inviai al settimanale volterrano La Spalletta e fu pubblicata sul numero del 26 agosto 1995, pg. 14, con il titolo: “Giustizia non vendetta, perdono non oblio” e che oggi ripropongo ritenendone ancora valide le motivazioni.

“Esprimo il mio modesto punto di vista su un articolo pubblicato dalla Spalletta il 15 luglio 1995, a firma Nedo Giuliani, mio amico da tanti anni, che non ho dimenticato: Volevano il perdono. Non ho seguito i precedenti del problema e mi riallaccio esclusivamente a quanto contenuto nel testo pubblicato. La richiesta di perdono per il crimine commesso contro i minatori di Niccioleta (83 fucilati, 15 deportati in Germania) e per le criminose rappresaglie nazifasciste verso le popolazioni civili dell’Alta Maremma e della Val di Cecina (oltre ai 77 minatori di Niccioleta vennero uccisi, nel Comune di Castelnuovo, 10 partigiani), mi sembra veramente un evento eccezionale. Chiedono perdono i figli o i nipoti di quel popolo tedesco che si macchiò di orrendi delitti. L’Olocausto, primo fra tutti. Sono persone che non vogliono dimenticare, ma vogliono capire e sono anche gli ambasciatore di idee di fratellanza e di vera misericordia, gli unici sentimenti sui quali l’Umanità potrà costruire un futuro. La storia ha da tempo emesso il suo verdetto contro i capi ed i gregari dei partiti nazista e fascista: colpevoli! Purtroppo la condanna è stata per lo più morale, perché nella pratica solo un esiguo numero di criminali ha pagato il proprio debito con la giustizia. Con la giustizia, non con la vendetta, perché già nei giorni che seguirono la liberazione i CLN ed i governi democratici non si macchiarono le mani con tragiche ritorsioni. Il perdono, che oggi si nega, fu la regola morale e di vita messa in pratica – salvo rari casi singoli - da chi, in prima persona, aveva subito i torti maggiori. Un perdono che nasceva dalla forza morale di sapersi nel giusto. Le strade della riconciliazione passano naturalmente per la ricerca della verità. Nessun velo, nessuna censura, nessun occultamento, nessun oblio. Ed è bene ricordarci che mentre gli ufficiali del battaglione che compì l’eccidio dei minatori erano SS tedesche, che nessuno ha mai ricercato e individuato, i soldati che azionavano le mitragliatrici e gli sgherri in abiti civili che li aiutavano, erano legionari della Milizia della Repubblica Sociale Italiana, membri di quelle italianissime “Brigate Nere” volute da Mussolini e da Pavolini. E italiani erano i fascisti locali, impauriti dalla incombente sconfitta: gerarchi di paese, squadristi manganellatori, marcia su Roma e sciarpa Littorio, sordidi individui che temevano ritorsioni e vendette personali. Questi italiani tradirono i loro fratelli italiani e li mandarono al macello. E che dire del “bando” di Almirante? Che dire della tragica farsa del processo per l’eccidio di Niccioleta? Dei trenta indiziati (tutti italiani), solo otto comparvero alla sbarra della Corte d’Appello di Firenze. La sentenza venne pronunciata il 20 novembre 1949 in un giorno di pioggia violenta, tra il silenzio del pubblico presente e l’arroganza degli imputati: tre vennero condannati a 30 anni di reclusione con il condono di un terzo della pena; gli altri cinque vennero assolti per insufficienza di prove dall’accusa di strage e per amnistia riguardo all’accusa di “collaborazionismo”. Di tutti si persero rapidamente le tracce, ma c’è da supporre che nelle patrie galere il soggiorno sia stato estremamente ridotto. A cinquant’anni di distanza ci rendiamo conto che ciò che doveva essere fatto fu disatteso, che la verità fu più o meno volutamente occultata, che un silenzio carico di compromessi ha accompagnato il nostro cammino e quello dell’Italia fino ad oggi. Orai qualcosa è stato avviato (valga per esempio la ricerca che sta conducendo la dottoressa Katia Taddei sull’eccidio di Niccioleta) e forse la verità storica (quella morale è nota) si sta avvicinando. Per tutte queste considerazioni, per l’aiuto che ci possono dare, nella ricerca della verità, dobbiamo accogliere sinceramente questi nostri amici di Germania che non dimenticano e che vogliono crescere insieme a noi nella sicurezza della giustizia e nella conoscenza della verità. Sarà forse il miglior contributo che potremo dare a chi versò il proprio sangue per un’idea vaga di libertà e di fraternità, di pace e di lavoro”.


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