giovedì 10 febbraio 2022

 


Il Palazzo di Garibaldo, nei ricordi di 72 anni fa!

 

Arrivando da nord sulla SS 439 a Castelnuovo di Val di Cecina, oltrepassati l’ex Cinema e il palazzo della Misericordia, poco dopo la “croce del convento” s’apre “Via della Repubblica”, dove un tempo si svolgevano le Fiere e la “passeggiata” paesana che a gruppetti o coppie, nel bel tempo d’estate, veniva percorsa instancabilmente avanti e indietro dalla gelateria di Boris alla bottega  dei barbieri Lando e Sorge. Anche volendo scambiarsi un bacio, non c’era un riparo, una via di fuga, dagli attenti sguardi di mamme, babbi, nonni e parenti! Allora, su e giù, parlando, parlando, magari ridendo, e dopo, rimanendo soltanto noi maschi, ancora una o due ore fino alla buonanotte, seduti sugli scaloni del Palazzo Stolfi, o della Farmacia, in attesa dei sogni giovanili. Siamo nei primissimi anni ’50 del Novecento, la mia famigliola abitava in affitto due stanzette all’ultimo dei cinque piani di uno dei casamenti più alti del paese, una cucina con piccolo focarile e una cameretta con due letti, quello matrimoniale dove dormivamo io ed il mio babbo Renzo e quello di lamiera ad una piazza dove dormiva la nonna Enélida, da poco vedova alla soglia dei settanta. Non c’era un bagno e l’unico di quel piano era uno sgabuzzino esterno, una buca su un basso muretto, con il secchio dell’acqua e il fetore che faceva lacrimare…e da questo sgabuzzino si poteva uscire attraverso una traballante passerella di legno nel magico orto sulla pendice del Serrappuccio. Eravamo approdati, dopo aver abitato la grande casa del Borgo in Via Cavour 26, soprastante la Chiesa, in queste minuscole e spartane stanzette affittate a buon mercato, perché sullo stesso piano c’era la casa di Garibaldo Bisogni, il famoso socialista e Sindaco del Comune che fu deposto dai fascisti nel 1921 mettendogli sulla scrivania una bomba a mano, pronta ad esplodere. E fu così che Garibaldo, cessando ogni segno di opposizione politica, poté mantenere il negozietto di calzolaio posto al piano terra del palazzo dove abitava. Garibaldo aveva tre figli, José, Bimas e Iris. Josè entrò alla Boracifera in virtù della sua conoscenza musicale, sposò e andò a vivere in un paese vicino; Bimas sposò una paesana, ma non ebbe fortuna, e  un bel giorno la moglie sparì, si seppe al nord o in Liguria, lasciando due figli piccini Mauro e Gabriella. Così Bimas entrò nella bottega del babbo a fare e vendere scarpe. Mancava in questa famiglia una donna…e fu così che Iris, dopo aver sposato nel 1929 il mio zio Gino Groppi, insieme alle due figlie gemelle Jolanda ed Eleonora, nate nel 1933, andò ad abitare nella casa di suo padre Garibaldo, accudendo a tutta quella famiglia. Ma tutto l’alto palazzo era in parte abitato dai Bisogni, dai Groppi e dai Benucci, familiari e parenti!  

Partiremo, nel descrivere i ricordi di quel microcosmo, dal pian terreno, per poi salire le strette, buie ed alte scale, fino alla sommità ed agli orticelli. Si affacciavano sulla via principale, ora Via della Repubblica, le due botteghe di Menotti e Garibaldo, fratelli e calzolai. Quella di Menotti angusta e specializzata nelle riparazioni, quella di Garibaldo più ampia e che, oltre alle riparazioni, produceva scarpe su misura per uomo e per donna. Le loro storie sarebbero interessanti e avventurose, ma le dobbiamo omettere. Erano entrambi ”sovversivi”, forti bevitori di vino, cantori e corpulenti e sognatori. A Garibaldo era morta la moglie Liduina, a Menotti era morta la “compagna”, una parmigiana, che gli aveva dato una figlia Elvira, mentre la prima moglie era ancora viva e viveva nel Borgo con un figlio, si chiamava Eufemia ed aveva sentor di stregoneria, povera donna che ne aveva passate tante, era gobba e vestita di nero, e costituiva lo zimbello dei ragazzacci borghigiani.

Dal piano terra si salgono ripidi scalini per arrivare al primo piano dove abitavano Menotti ed Elvira, in due stanze più una specie di cucinotto e ripostiglio, forse un WC!. Elvira, allora ragazza, era una accanita lettrice di fotoromanzi ed io la praticavo per farmeli prestare. Mi ricordo che insieme a lei ed un’altra ragazza ci mascherammo, io da donna Elvira da uomo e l’altra da ragazza: una specie di famigliola che destò grandi risate e curiosità nel Corso del paesello tanto che il dottor Cappelli venne a toccarmi il culo! Salendo ancora le scale si trovava la porta della famiglia Fabbri che aveva tre figli: Torquato, Adele, Maria. Torquato era un giovane azzimato, Adele aveva la faccia piatta, e di soprannome  si chiamava “la teglia”, Maria, la più giovane, sarà nata nel 1936 o 1937, era invece una bellissima ragazza, che si sposò ebbe famiglia, ma morì ancor giovane.

Al piano superiore, c’era l’appartamento più bello i tutto il casamento: vi abitavano Paolino Benucci e sua moglie Dantina. Paolino era un fratello di mia nonna Enélide, ma soffriva di arteriosclerosi e io non l’ho mai visto, Anche la nonna non andava mai a trovarlo, perché aveva ricevuto da lui e sua moglie molte umiliazioni, specialmente quando arrivavano i “pacchi” dalle cugine americane, loro si prendevano le vesti e gli oggetti più belli e nuovi e lasciavano alla nonna straccetti e latte condensato! Dantina e Paolino avevano una bellissima figlia, Feria, che sposò Adelmo Ceccarelli, un operaio della Larderello, originario di Volterra. Era così bella che qualcuno se ne innamorò ed uno veniva sotto le sue finestre a cantargli “portami tante rose” un canzone in voga in quegli anni. Feria e Adelmo avevano una figlia Diana, una delle bellezze del paese. Mi ricordo che Feria mi invitava qualche volta a vedere questa “venere” quando faceva il bagno…ma ero timido e non ci sono mai andato! Da grandi, morti i vecchi e Adelmo, si trasferirono in un Comune vicino dove Diana si sposò, e così l’ho incontrate, mamma e figlia, più volte. L’appartamento di Via della Repubblica è rimasto vuoto per tanti anni.

Arriviamo dunque al quinto piano dove, come ho detto, andai ad abitare io accanto alla casa di mio zio e lì rimasi per quasi due anni, prima di trasferirmi nella casa di legno di Raspino, proprio di fronte ai platani del Piazzone. L’altra famiglia era di Luigi Settembrini che vi abitava con la moglie Filomena e i figli Loredana e Sergio. Avevano un buon appartamento ed anche una passerella che lo univa all’orto, al di là della chiostra. Era una famiglia comunista e Filomena, brava pittrice, ricordo che aveva disegnato dei cartelloni giganti con le facce dei leader:Togliatti, Lenin, Stalin, Gramsci, esposti alla Festa dell’Unità, che quell’anno si svolse nei “Piazzone” del paese e della quale ho stampata nella retina una mini-sonda posizionata a lato della “catena” d’ingresso, e che serviva per calare dal piano di manovra una cordicella in un tubo collegato sotto il pianale con legato ad esso un pentolino nel quale veniva messo il premio  pescato con il numero  estratto della lotteria! Quest’opera geniale fu concepita da  Baldo Tani. Morti Luigi e Filomena i figli lasciarono l’appartamento, e non so’ chi vi sia tornato ad abitare.

Ho pochi ricordi personali dei circa due anni che ho vissuto in quel piccolo appartamento: avevamo un apparecchio radio comprato di seconda mano, con un grazioso mobiletto, che avevamo soprannominato la “checca” dal soprannome  del suo proprietario che abitava al “Poggetto”, detto “il Checchi”; mi ammalai di pleurite-polmonite e mi salvò la vita il dottor Bruno Cappelli con le iniezioni di penicillina; ma si vedono ancora ai raggi X le tracce; stavo molte volte affacciato alla finestra per osservare la strada in basso e il “coccodrillo” della Larderello SpA che portava i tubi dei vapordotti; vidi di lassù anche sbocciare l’amore tra Piero e Miranda, allora  avranno avuto lei la mia età e lui due o tre anni di più. Piero, che fu per lungo tempo l’autista degli ingegneri dell’Enel-Larderello, ed anche il mio nei mesi che lavorai a Rifredi, al Servizio Minerario, è morto precocemente per i postumi di una caduta da un albero e Miranda abita sulla costa livornese con la figlia, ma ha casa a Castelnuovo e quando ci incontriamo ci facciamo molta festa ed io gli ricordo del loro primo ed unico amore tra il sorriso e qualche lacrima. Un altro ricordo è quello dell’orto, del mandorlo, del lavatoino e delle teleferiche che costruivo lassù; infine l’amicizia con le mie cugine Jolanda ed Eleonora, allora giovani ragazze e bellissime. Con loro ci conoscevamo già perché venivano ogni tanto a dormire dalla nonna Enélide, dopo il 1948, quando era morto nonno Dario e ci dormivo io con la nonna. Mi prendevano sempre in giro accennando ai miei acerbi e fantasiosi amori. Jolanda ed Eleonora sono state le persone che ho più amato oltre quelle della mia famiglia e l’ho frequentate fin quasi alla loro morte alla fine degli anni ‘90, ancora giovanili, eleganti e belle! Ora vado a salutarle nel nostro Camposanto…

 

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