venerdì 26 dicembre 2014



Giovenale, Decimo Giunio (Aquino, 50/65 – 140 ca. d.C).

Poeta latino.

Si hanno  notizie molto incerte sulla sua vita. Forse esercitò l’avvocatura e si dedicò alle declamazioni, allora molto di moda. Si dice, ma le notizie sono poco attendibili, che sia morto in Egitto. La sua opera giunta fino a noi è formata da 16  satire (l’ultima è incompleta), divise in 5 libri, databili tra il 100 ed il 130, quindi scritte o pubblicate in una età matura., quando nell’Impero Romano erano palpabili la rilassatezza e la dissolutezza delle classi dominanti, anticamera della crisi che più tardi lo avrebbe travolto. Giovenale avvertiva profondamente che il suo tempo non era quello “di una straordinaria felicità dei tempi”, anzi, percepiva la fine degli antichi ideali etici romani. La società gli appariva perversa, viziosa,  drammaticamente cruda, se non brutale ed egli ne denunciò tutti gli eccessi, senza illudersi che la denuncia, seppur violenta e trasgressiva, potesse contribuire ad un risarcimento morale. Cantò le perversioni del costume: la vacuità della letteratura alla moda; l’abiezione  sessuale; la goffa stupidità della classe politica sotto Domiziano; le umilianti cene dei clienti; le miserie dei letterati costretti a prostituirsi o a restare affamati; l’indegnità dei nobili. Celebre per la sua tormentata e appassionata violenza è la lunga invettiva contro la libertà di costumi delle donne (satira VI). Il canto di Giovenale è cupo, senza speranza,  preveggente anticipatore della “crisi”. Molti dei suoi esametri son divenuti proverbiali. Leggerlo, alternando le Vite parallele di Plutarco, riequilibra la visione “eroica” della romanità, precorrendo altresì, in molte parti, la decadenza etica e la violenza del nostro tempo. L’introduzione e la versione di Guido Ceronetti, per I Millenni Einaudi, 1971, sono esemplari, graffianti e straordinariamente attuali.

Del Libro V, Satira XV, mi hanno colpito questi esametri:

La natura, al genere umano, ha dato
Le lacrime. Il più alto bene
In noi, è l’infinita tenerezza.

Naturae imperio gemimus, cun funus adultae
virginis occorri vel terra clauditur infans

et  minore igne rogi.

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