martedì 15 gennaio 2013




Fosini, Gerfalco, la montagna…qualche volta, come i morti,
la perduta memoria ritorna.

Nel marzo 2005 uscì il primo numero di una rivistina trimestrale, di sedici pagine, organo ufficiale della Fondazione Cassa di Risparmio di Volterra. La Fondazione intendeva svolgere nell’ambito del territorio di riferimento, una costante opera d’informazione in merito al proprio ruolo sociale a favore della collettività, ma, allo stesso tempo, lasciando ampia libertà d’azione alla Redazione, relativamente ad altri temi culturali. All’epoca ricoprivo la carica di vicepresidente dell’Organo di Indirizzo e m’ero impegnato a fondo per la realizzazione di questo strumento. Entrai in Redazione con il numero 3/2005, insieme al Presidente della Fondazione Edoardo Mangano, al vicepresidente del CdA Ivo Gabellieri, ed al consigliere Fabio Fiaschi. Direttore responsabile il giornalista Pietro Gasparri e collaboratori Gianna Fabbrizi, Cristina Ginesi e Luca Socchi, quest’ultimo responsabile del progetto e della realizzazione grafica. Fotografo ufficiale e coordinatore delle immagini il membro dell’OdI, signor Fabio Fiaschi. Un ruolo attivo veniva svolto dallo staff della segreteria della Fondazione, coordinato dal segretario capo Roberto Sclavi: Pamela Frosali, Elena Sarperi, Tamara Villani,  alle quali successivamente, si uniranno Ilaria Fausti, Romina Del Testa e Natascia Bandinelli. Due le tipografie, per i primi quattro numeri la Grafitalia (Peccioli), per tutti i rimanenti Bandecchi & Vivaldi di Pontedera. Non intendo fare una bibliografia degli articoli dei 31 numeri usciti, né una analisi del ruolo della rivista (che spero prosegua il suo corso anche con il recente rinnovo degli Organi della Fondazione – 4 novembre 2012), ma soltanto estrapolare un brano da due “pezzi” della serie “In questa terra fai perdere le tue tracce…Incontri, poesia ed emozioni tra Volterra e le Colline Metallifere”, iniziata con il numero 3 ottobre 2007 e proseguita per dieci numeri fino all’ottobre 2009. “…un primo dell’anno limpido e frizzante di qualche tempo fa io e mia moglie partimmo a piedi da Gerfalco per la scalata alla Cornata, una montagna fatta a schiena d’asino o a denti di sega, alta più di mille metri. Gerfalco è un borgo medievale che si affaccia a solatia ai piedi del monte con le case in pietra rosa, la chiesa di San Biagio che lo domina dall’alto di una scalinata, l’antico monastero agostiniano giù in basso. Praticamente disabitato per la crisi economica e la chiusura delle miniere si rianima brevemente soltanto nei mesi estivi coi numerosi villeggianti, spesso ex gerfalchini, alla ricerca di memorie, pace e frescura. Un unico circolo-punto di ristoro all’ingresso del paese offre gli essenziali comfort. L’ascesa è lunga ma la fatica è ripagata dall’immensità dei panorami, da Siena ad Est, all’Argentario a Sud, a Populonia ad Ovest, e Volterra e gli Appennini a Nord. Dunque salivamo lo stretto tratturo, lentamente e con fatica. Dietro a noi, passi più decisi e finalmente una coppia più giovane ci raggiunse, sopravanzandoci. In vetta ci ritrovammo e non fu difficile sorriderci ed avviare uno stentato contatto con frasi smozzicate in tedesco ed italiano. Mi presentai come scrittore di storia locale e geologo dilettante; lei era una famosa scrittrice di libri per bambini, Friederun, ben apprezzata non solo in Germania, e lui un collezionista avanzato di minerali! Venivano dalla loro casa di Ciciano, poco discosta dal monte, la casa dove era vissuta negli anni ’20 del secolo scorso la poetessa Dina Ferri. Ne parlammo con emozionante sorpresa e gioia. La poetessa pastora nata nel podere Prativigne, nei pressi di Anqua, nel 1908 e morta a Siena, giovanissima nel 1930, era infatti l’appassionato oggetto delle mie ricerche. Anche Dina era salita, in un memorabile giorno di rivelazioni, sulla vetta della Cornata; lei che non era mai andata oltre Anqua e Chiusdino, aveva saputo dal padre, Santi, indomabile e puro socialista, da quale parte stava la verità e da quale la menzogna di fronte al fascismo vittorioso. La stessa verità, la stessa scelta di vita, che su queste montagne fecero più tardi centinaia di giovani partigiani della XXIII Brigata Garibaldi “Boscaglia”, e tra loro moltissimi volterrani, alcuni pagandola con la morte, per ridare dignità e speranza ad un popolo intero. Sommessamente mi tornarono alla mente quei versi disadorni, ascoltati da vecchi mezzadri, un tempo abitanti montanini, prima che la fuga dalla terra amata ed amara, li disperdesse per sempre, i versi di Dina:


Vorrei fuggire nella notte nera,
vorrei fuggire per ignota via,
per ascoltare il vento e la bufera,
per ricantare la canzone mia.
Vorrei mirare nella cupa volta
fisse le stelle nella notte scura;
vorrei tremar ancor come una volta,
tremar vorrei, di freddo e di paura.
Vorrei passar l’incognito sentiero,
fuggir per valli, riposarmi a sera,
mentre ritorni, o giovinetto fiero,
chiamando i greggi, e piange la bufera.
                    
Avevamo fatto tardi, lassù. Ma l’aria era fresca e trasparente e la facciata del Duomo di Siena rifulgeva nell’oro del tramonto. Cominciammo a scendere attraverso una fitta abetaia, verso Nord,  giungendo rapidamente ad una antica cava di pietra, di calcare rosso ammonitico, nella quale è possibile raccogliere belle conchiglie fossili. Infatti la sommità della montagna è costituita da calcari del Lias e desta sempre un certo stupore pensare che milioni di anni or sono essa costituiva il fondale di un mare molto profondo, più di duemila metri! Dalla cava si scende ancora a due poderi abbandonati, Romano e Campo alle Rose, dai quali si diparte una comoda strada, tutta in quota, che ci riporta andando verso sinistra, a Gerfalco.

Risuona il mio passo sopra la landa;
sordo, dalla terra, mi accompagna.
L’autunno è venuto, la primavera remota:
tempo felice vi fu mai una volta?
Fumi di nebbia, spettrali all’intorno;
è nera l’erba, il cielo è così vuoto.
Non fossi mai venuto qui, di maggio!
Amore e vita, tutto è passato! (T. Storm)

Ma…direte voi, perché non abbiamo raggiunto quel bellissimo castello merlato che si erge sullo sperone di roccia bianca, laggiù in basso? E’ il castello medievale di Fosini e dalla Cornata vi si arriva soltanto a piedi per una ripida mulattiera, oppure con un “fuoristrada”,  stando molto attenti ai tratti in forte pendenza ricoperti da una grossolana ghiaia mobile. E’ una escursione che richiede almeno quattro ore, ma che certamente ripagherebbe la fatica tanto insoliti ed aspri, quasi selvaggi, sono i panorami, fragoroso lo scrosciare dei torrenti, misterioso lo stormire del vento nel bosco disabitato. Il Castello, ricco d’antica storia, è ormai in declino, spoliato degli arredi e delle suppellettili, lasciato in balia delle forze della natura. La chiesetta addossata alle mura è ormai crollata e così l’abbeveratoio, un tempo centro di vita e di incontri. Affacciarsi al muretto che protegge dal precipizio, nell’ultimo sole del tramonto, ci darà un’emozione forte, tanto più profonda nel mutevole ciclo della natura, o meglio, quando gli elementi si scatenano: allora parrà di vivere una saga e il tempo perderà la sua misura in un misto di stupenda magia e di sogno. E se sarà un giorno di primavera e il sole brillerà sullo smeraldo del prato che cinge il cassero a Sud, sedetevi sotto il vecchio mandorlo e pensate a me e ai tanti ignoti destini che vi si sono incrociati:

E’ un piacere squisito tenere tra le braccia quella che desideri,
quando col battito del cuore ti confessa la prima volta d’amarti…”

Dal  nuovo incontro coi luoghi e dalla magia delle solenni parole alla fine del primo atto del dramma di Ibsen “Quando noi morti ci destiamo…”, riemergono ricordi sepolti:

E mi guardò, con occhi sfortunati…

Quando la vidi, per la prima volta,
affacciata alla finestra delle scale,
subito m’entrò nel cuore il dolce male
che non dà scampo, lo chiamano amore.

Bella e selvaggia, come le rocce bianche
e l’acqua vorticosa del torrente,
come il turbine che fa gemere le querce;
malinconica come il suono dei campani
che a sera scendono dal monte.

La ritrovai ad una veglia alpestre,
e mi guardò con occhi sfortunati,
stava seduta in disparte, senza amici,
un brutto morbo l’aveva accarezzata.

Le andai vicino, porgendole la mano,
e lei s’alzò, sulla gamba buona,
la strinsi a me nel ballo, fattomi ardito
da un desiderio oscuro e sovrumano.

I nostri occhi saettavan strali,
scrutarono nel profondo cose ignote,
sentimmo crescer dentro noi la fiamma
che pura avvince, e rende immortali.

Oh! mia perduta sposa,
quante volte son tornato a quella balza,
al verde prato sotto il mandorlo e le mura,
oggi rovina, cercando un tuo sorriso,
mia regina, un bacio tuo,
                               per risentirti viva!

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