domenica 19 giugno 2016




Alberi.

Di quel platano stento
non son rimasti nel lussureggiante giardino,
che due tronchi anneriti dal tempo.

L’hanno lasciati a memoria,
come la stele dei morti partigiani,
perché il viandante si commuova
della vacuità del tempo,
che tutto rapidamente cancella:

giochi di fanciulli tra i rami,
avanzata e ritirata, sotto vesti leggere,
di mani, e qualche timido bacio
nella siepe di bosso; brama di libertà,
per l’alba della Patria nuova,
germogliante speranza di pace,
lavoro e fratellanza.

Fa ombra a quest’albero fossile
un  giovane e maestoso tiglio,
che orgoglioso sfida il cielo
e della luce il cammino:

ancora non conosce il suo destino,
né quello degli amanti che si stringono
con trattenuto ardore,
come se eterno durasse l’amore.

Non può sorridere il platano morto,
ma lo farebbe volentieri,
vedendo cadere le foglie del tiglio
ad ogni autunno,
come carezze bambine,
e quei baci, così leggeri,

smorte braci, poi cenere e vento.

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