lunedì 18 maggio 2015

DINA FERRI, poetessa.
Conferenza di Carlo Groppi, Biblioteca Comunale “Dina Ferri” di Radicondoli.

Gentili signore e signori, cari amici,
sono molto contento di essere tra voi, a Radicondoli,  per raccontare una storia, né scientifica, né famosa: la vita di una giovane donna, figlia di mezzadri, vostra concittadina, alla quale è dedicata questa Biblioteca Comunale: Dina Ferri, poetessa.

            Inizierò ripercorrendo gli avvenimenti biografici più evidenti di Dina, che sono di una estrema semplicità. Seguiranno alcune considerazioni bio-bibliografiche e, infine la lettura di due o tre poesie e le risposte ad eventuali domande dei presenti.

            Dina Ferri nasce il 29 settembre 1908 sulle pendici orientali della Carlina, in un podere ora rudere, Prativigne, nel Comune di Radicondoli, dove trascorre i primissimi anni di vita. Quando Dina ha quattro anni le nasce il fratello, Amilcare (17/12/1912 – 22/2/1994). Dopo il trasferimento al podere sottostante, Faule, nel 1915 la famiglia fu sfrattata per motivi politici e si sposta definitivamente al podere I Trogoli (oggi San Carlo), a Ciciano e qui, nell’ottobre dello stesso anno, nasce la sorella Orietta. All’età di nove anni Dina inizia la prima classe elementare a Ciciano, con la maestra Francesca Corsi. Dina, ormai dodicenne, termina nel giugno 1920 il ciclo delle tre classi elementari inferiori a Ciciano. Ritorna a fare la contadina e la pastora. In questi anni è testimone di due gravissimi episodi di violenza: il primo è l’assalto degli squadristi fascisti al podere del padre, il socialista Santi Ferri; il secondo è la manganellatura di un suo parente al Molino delle Cerbaie, sul fiume Cecina. Ne rimane fortemente turbata. Inizia a scrivere ciò che diventerà il “Quaderno del nulla”. Nella primavera del 1924, aiutando il babbo alla macchina del trinciaforaggio, si amputa quattro diti della mano destra vanificando per sempre il sogno di diventare una brava ricamatrice. Nel settembre dello stesso anno, in seguito a questo trauma, i genitori la iscrivono, ormai sedicenne, alla quarta classe elementare istituita per la prima volta a Chiusdino, sotto la guida della maestra senese Giuseppina Cairola, fervente fascista, colta e sensibile. Negli ultimi mesi del biennio delle elementari superiori (quarta e quinta classe), l’Ispettore scolastico provinciale, Barni, legge i quaderni dei temi e dei riassunti di Dina restandone profondamente colpito. Consiglia il padre, a farla proseguire negli studi superiori. I quaderni con i diari scolastici di Dina, probabilmente tramite la maestra Cairola, vengono a conoscenza di Aldo Lusini, giovane brillante intellettuale senese, fondatore, nel 1926, insieme all’amico e maestro, marchese Piero Misciattelli, romano e proprietario della Fattoria di Luriano,  della prestigiosa rivista culturale La Diana. Lusini e Misciattelli iniziano ad interessarsi a Dina. Grazie a Lusini, il Monte dei Paschi dispone per una borsa di studio. Dal luglio al settembre 1926, Dina soggiorna in San Martino, nella casa senese delle sorelle Giuseppina ed Emma Cairola, preparandosi all’esame di ammissione per le scuole magistrali e, dopo aver superato l’esame, ormai diciottenne, entra nel Convitto del regio Istituto Magistrale “Caterina Benincasa”, in via Baroncelli a Siena.

            Nel giugno-luglio 1928 esce sulla rivista “La Diana” l’articolo di Aldo Lusini che illustra la vita e l’opera della poetessa, articolo accompagnato dalla pubblicazione di sette poesie. Dina ne è commossa e fiera. L’anno successivo Dina termina positivamente il ciclo inferiore delle scuole Magistrali riuscendo a superare in tre anni i quattro previsti. Mentre si appresta ad iniziare il ciclo triennale superiore delle Magistrali si ammala, apparentemente a seguito di una epidemia influenzale che all’inizio dell’autunno 1929 imperversa nel Comune di Chiusdino. Dopo alcuni mesi di miglioramenti e ricadute, il 5 dicembre, si alletta e la febbre non l’abbandonerà più. Vista vana ogni cura, il 14 febbraio 1930, viene ricoverata all’ospedale di Siena, ma anche nell’ospedale le sue condizioni permangono gravi. Tardivamente i sanitari si rendono conto della natura del male: tubercolosi intestinale con infezione del peritoneo. A metà giugno 1930 i medici decidono un estremo quanto velleitario intervento chirurgico: il mattino del 18 giugno Dina viene operata all’intestino. Muore pochi minuti dopo, nel suo letto n. 185 nella corsia delle donne povere. La diagnosi parla di peritonite causata da tubercolosi intestinale. Il pomeriggio del giorno seguente, un giovedì luminoso e caldo, viene sepolta nel cimitero della Misericordia di Siena. Il suo amico Aldo Lusini tiene la commemorazione funebre davanti a pochi familiari, alla maestra Giuseppina Cairola ed alle sue compagne delle magistrali.

            In questa scarna biografia manca la cronistoria dell’attività creatrice di Dina. Un dato piuttosto difficile da trovare, avendo essa, più volte, rimescolato i propri scritti secondo un progetto letterario e non cronologico, a noi ignoto. Il ritrovamento, nel 1998, di due quaderni del diario giornaliero potrebbe fornirci utili elementi per una più precisa datazione e ricomporre unitariamente quanto pubblicato sul “Quaderno del nulla” edito nel 1931, testo che può essere ancora oggi considerato fondamentale ed assai ricercato.

            Adesso tenterò di tracciare il percorso editoriale e umano, in sintesi,  nel modo che è stato possibile ricostruire, con molte lacune e incertezze.

            Nel 1974 incontrai casualmente, a Radicondoli, Amilcare, il fratello di Dina, ed egli mi accennò alla sorella poetessa. Poco tempo dopo ebbi la possibilità di leggere i manoscritti ed il materiale che egli custodiva gelosamente nella sua casa, in un piccolo salotto ricco di memorie della sorella. Da allora il rapporto di amicizia con la famiglia Ferri si è mantenuto saldo e affettuoso fino ad oggi,

            E’ in particolare a Nunziatina Cheli, moglie di Amilcare Ferri, ed alla loro figlia, Dina Ferri Borgianni, che si deve l'amorevole conservazione degli scritti della poetessa (compresi i quaderni scolastici autografi mostrati dalla maestra Giuseppina Cairola all'Ispettore scolastico Barni), della sua intera biblioteca privata, della prima edizione del “Quaderno del nulla” e di molti articoli di stampa che la riguardavano. Conservazione che potrebbe consentire in futuro, almeno lo spero, la stesura critica dell'opera letteraria di Dina.
           
            Quando nel 1931 uscì, per l'editore Fratelli Treves di Milano, il volume “Quaderno del nulla”, con un grande successo di pubblico e di critica, che costituì un vero e proprio “caso letterario nazionale”, la poetessa Dina Ferri era morta da circa un anno. Aveva avuto in vita, nel giugno 1928, solo la grande gioia di vedere pubblicate alcune delle sue poesie, scelte da Aldo Lusini dai suoi manoscritti, sulla prestigiosa rivista senese “La Diana”. Adesso il “Quaderno del nulla” è quasi introvabile, così come gli articoli sui giornali dell'epoca, in particolare quelli su “La Diana” e  sul “… libro che parla di me e dove c’è la mia fotografia…”, cioè il brevissimo accenno alla poetessa che Aldo Garsia pubblicò sull’ ”Arcilibro” del 1929. Nel 1933 uscirà a Boston (USA) la bellissima traduzione in inglese di “Quaderno del nulla” a cura di Helen Josephine Robins ed Herriet Reid, per l'editore Bruce Humphries, volume ormai raro.

            Oltre ai brevi articoli sulla cronaca senese di alcuni quotidiani (in occasione della morte di Dina e dell'uscita del “Quaderno del nulla”), ci restano i tre articoli sul settimanale della diocesi volterrana “L’Araldo”, pubblicati nel corso del 1940 (30 marzo, 13 e 27 aprile, senza firma, probabilmente dovuti alla penna di don Rino Biondi), acuti per introspezione psicologica e per adesione sentimentale.
             
            Nel 1974 uscì,  a cura di un prete, don Martino Ceccuzzi (Idilio Dell'Era), un’antologia poetica ed epistolare di Dina Ferri e nel 1977 fu pubblicata una mia poesia a lei dedicata. In quegli anni, una parente della poetessa, Gelsia Moschini, mia vicina di casa, mi fornì le prime notizie biografiche che mi spinsero a visitare i luoghi ove Dina nacque e visse i suoi primi anni, e così, mettendo insieme i tasselli di una ricerca non facile, riuscii finalmente a pubblicare, nel 1998, sulla rivista La Comunità di Pomarance, una prima traccia biografica dal titolo “Dina Ferri: testimonianza umana di poesia e dolore di una contadina romantica tra Anqua e Ciciano”, che tentava di riparare al lunghissimo silenzio che ormai era calato sulla sua vicenda letteraria e umana..

            In occasione della commemorazione del 90° anniversario della nascita di Dina (1998), si tenne a Chiusdino un importante convegno di studi organizzato dai comuni di Chiusdino e Radicondoli, dalla Provincia di Siena e dall’Università di Siena, con l’obiettivo fondamentale: far uscire definitivamente Dina dalla dimensione locale per proiettarla almeno in quella regionale, se non nazionale, obiettivo, purtroppo, non ancora raggiunto. L’anno seguente sarà Claudio Borgianni, pronipote della poetessa, a tenere accesa la memoria di Dina con uno spettacolo magistrale  di musica e recitazione eseguito a Radicondoli.

            In quello stesso anno, era uscito il mio lavoro “Antologia lirica”, edito da Migliorini di Volterra, contenente poesie, un saggio biografico ed un dramma liberamente ispirato alla vita ed alle opere della poetessa, messo in scena per la prima volta per la regia di Cristina Pavolini. Il dramma, “Dormirò sul ciglio del fossato”, introduce molte invenzioni letterarie, ma non irrealistiche (colloquio con il padre sul monte Le Cornate di Gerfalco; sparizione del Diario dell’Ospedale…), ed in esso affiorano per la prima volta i risvolti politici della sua vita ed i suoi rapporti coi mecenati Aldo Lusini e Piero Misciattelli e con il padre, Santi, notevole figura di socialista antifascista.  In effetti ho collocato Dina in un progetto di rappresentazione della violenza, quella del “plagio”. E’ attraverso Dina che il fascismo intendeva additare all’intero popolo mezzadrile e delle campagne, l’azione redentrice del Regime, capace di scoprire e innalzare alla gloria una sconosciuta pastora, figlia di mezzadri toscani. E Dina pare, ad un certo momento, cadere nel tranello fino a entrare in un dissidio profondo col babbo, tanto amato. Sarà solo attraverso la meditazione nella sofferenza che ella comprenderà la vera natura del male e della sopraffazione, forse ripudiando quell’infatuazione per Mussolini che aveva manifestato. Certo aveva scritto nel suo famoso quaderno dell’Ospedale qualcosa di sconvolgente se Lusini lo cercava disperatamente, non solo quello che aveva sottratto obbligando la suora a consegnaglielo, ma con la paura che ne esistesse altra copia, fino a richiederlo ansiosamente al padre Santi. Ma di copie Dina non ne aveva potute fare!  

                        Negli anni seguenti hanno finalmente visto la luce: la ristampa anastatica del “Quaderno del nulla” unitamente agli Atti del Convegno e pochi articoli, su riviste locali e quotidiani regionali, soprattutto per merito di Claudio Borgianni e Luigi Oliveto.

                Alle domande fondamentali che mi ero posto: Dina Ferri è la donna e l’artista  che i suoi mecenati ci hanno consegnato? un’icona perfetta e intoccabile nella sua staticità? oppure, ancora esistono di lei “lati oscuri”, soprattutto in relazione ad una ipotizzabile “svolta ideologica” avvenuta nella sofferenza e nella meditazione dei lunghi mesi del suo ricovero in ospedale, dal quale uscirà cadavere? non ho potuto rispondere con certezza, ma solo formulare qualche ipotesi.

            Faccio notare che una incolmabile perdita per la cultura è rappresentata dalla scomparsa del suo diario dell'ospedale, scritto durante i lunghi quattro mesi di solitudine interiore. Custodito sotto il guanciale e riposto sotto il materasso prima di entrare in sala operatoria (con raccomandazione alla compagna di letto di consegnarlo al padre e al fratello Amilcare che, partiti da Ciciano col postale, stavano arrivando), non fu mai trovato. E' Amilcare a ricordare, rispondendo nel 1974 ad un questionario degli alunni delle scuole di Chiusdino, a proposito dei quaderni di Dina, che: “...un quaderno lo abbiamo in casa, il primo, ma un altro, nel quale scriveva quando era ricoverata nell'Ospedale di Siena, non lo abbiamo mai visto”.

            Infatti, dopo l’inserzione pubblicitaria su “La Diana” nel 1931, che annunciava l’uscita del “Quaderno del nulla” per l’editore Treves e le “commemorazioni” post mortem di Dina Ferri nei Circoli culturali italiani, svolte da Lusini, ritroveremo soltanto nel 1956, sul periodico “Il Campo di Siena”, un breve articolo di Lusini in ricordo della giovane poetessa morta vent’anni prima. E’ da tale articolo che veniamo a conoscenza che Aldo Lusini era in possesso di una copia del “Quaderno del nulla”, “…il quaderno semplice e cerato di Dina Ferri, che il padre mi ha recato…”, forse quello che, riassemblato,  uscirà più tardi per i tipi dei Fratelli Treves, dato che, la famiglia di Dina aveva ricevuto dall’Ospedale solo la corrispondenza e mai una copia degli scritti e poesie che ella appuntava sul diario dell’ospedale. Oppure Lusini cercava la copia del nuovo manoscritto, quello ansiosamente richiesto al padre di Dina nella famosa lettera del 1930, scritta pochi giorni dopo la morte della poetessa? Non lo sappiamo e nulla sembra emergere dalle carte di Aldo Lusini, almeno da quelle pubbliche ed accessibili. Possiamo soltanto mettere in evidenza la rapida “scomparsa” dalla scena dei due mecenati di Dina,  figure di spicco del fascismo senese, Misciattelli, e Lusini, il primo morto a Roma nel 1937 ed il secondo a Siena negli anni ’60.

            E’ certo che Dina scrisse molto durante i mesi di ricovero all’ospedale “Santa Maria della Scala” di Siena. Dai contenuti delle lettere inviate ai familiari in questo periodo si può soltanto immaginare quale valore potesse avere il “quaderno dell’ospedale”: un volo ampio e sicuro nelle profondità dell'anima, le nude verità della vita in attesa della morte, la presa di coscienza di fronte al fascismo vittorioso e la comprensione per l’ideologia antifascista del padre, la nostalgia universale del vagheggiato tempo perduto, la potenza dell'amore che liberatosi degli impacci infantili si esprimeva alfine interamente.
                    
            Contrariamente a quanto lascerebbe supporre una lettura superficiale dei suoi scritti, fondati su ripetuti richiami al tema della morte e della malinconia (frutto di una formazione culturale romantica post-crepuscolare e neo-pascoliana),  Dina voleva vivere, amava la vita, ne sapeva godere  gli aspetti più consueti e modesti. Le sue letture, come bene rappresenta il disegno del maestro Dino Petri, di Massa Marittima, che illustra la copertina di questo volume, spaziavano dagli autori classici greci e latini fino ai russi contemporanei, come Gorki. Cullava in cuor suo, forse, il grande sogno di raggiungere le vette dell'arte, della poesia, chi sa? resterà per sempre un segreto.

            Una settimana prima della morte, Dina scrive in una lettera: “...muore l'estate come un gran giorno pieno di sole. Ingialliscono le foglie del granturco e il sole non arde più. Ritorna l'autunno...io amo gli ardori della canicola che imbianca le stoppie e ho paura dell'autunno, perché dietro di esso c'è l'asprezza del rovaio. No, io non desidero l'autunno, perché non so cantare lungo i filari, e non voglio udire il canto della vendemmia, perché la malinconia di quel canto assopirà le campagne. E poi io non potrò raccogliere, come il forte agricoltore, il frutto del dolce liquore, poiché nulla avrò seminato o saranno morte le tenere viti...ma io non vedrò ingiallire le foglie della vite come quelle del granturco. Quando l'ultimo raggio della canicola sarà impallidito, io dormirò sul ciglio del fossato”.

            E' presaga della morte e triste del pensiero che seccheranno le tenere viti, i suoi fragili versi e diari, triste per quel realismo contadino che poco valore riconosce al campo o all'animale improduttivo, alla pecora soda. Nella sua immensa umiltà non riesce a cogliere il valore del segno che lascia.
           
            Nell'aprile sente i dottori parlottare tra di loro e carpisce la parola peritonite, che in quegli anni stava a significare malattia incurabile e mortale. Dina scrive ai genitori: “…ora il male ha vinto. Le cure che mi vengono prodigate potranno allungare la mia malattia e certo anche un po' la sofferenza; ma quella è cosa più trascurabile. Quando il dolore è passato, diceva Socrate, si prova il gran piacere di non soffrir più. Socrate, però, era il più gran filosofo della colta Atene e poteva dire queste cose ai suoi scolari poche ore prima di bere la cicuta. Per guardare verso di lui bisogna troppo sollevarsi, però, ed io sono tanto piccola...farò il possibile per mantenermi calma. Ne ho il dovere perché voi lavorate e soffrite per me. E' appunto il vostro affetto che mi guida e mi sorregge. Ormai ogni altro desiderio è svanito, ogni volontà si è piegata come un giunco, e ciò che prima era lo scopo della mia vita è lontano ed estraneo da me. Qui, dove la morte alita il suo gelido respiro, non sento più, come costà, la ribellione della mia giovinezza e non penso più ai peschi in fiore di primavera. Prima non mi saziavo di sole e di canzoni; ora mi basta quel raggio che mi tocca la coperta e mi contento del cinguettio di pochi passeri al mattino...sento di staccarmi a poco a poco da voi. Quante tempeste sono passate su di me! Fino a ieri ho resistito, ma ora, caro babbo, la strada è ancora lunga e ripida, mentre io sono stanca e debole...Davvero, quante speranze, quanti sogni accarezzati nella stanchezza del sonno, dopo ore e ore di lungo lavoro, sono svaniti nel giro di brevi pochi mesi! Meglio per me e per tutti non avessi desiderato mai cambiare la mia posizione! Infatti, se fossi sempre rimasta vicino a voi e avessi lavorato come da bimba costà, potrei dire di avere impiegato il mio tempo con resultato; così invece no. Ho saputo solo sognare di rendervi un giorno contenti, ma non avevo mai pensato che i miei giorni fossero tanto pochi! E' proprio vero, come dice un verso di cui ignoro l'autore, che "con vent'anni in cuore/sembra follia la morte,/ e pur si muore”.

            E ancora: “...curate ora e sempre i miei libri; anche se io non li adoprerò più, desidero che siano conservati e bene. Essi sono tutto per me: la gioia semplice della mia fanciullezza e la speranza della mia gioventù. Tante cose mi avevano rivelato in silenzio, e io imparavo ad amare e godere le cose belle e buone. Erano i miei fidi amici e non ciarlieri, e sola con essi vivevo per ore e ore in un mondo tutto spirituale, pieno di sentimenti e di affetti più belli e più puri”.

            Infine prende il sopravvento lo sconforto e Dina scrive parole di intensa amarezza: “...Quanto è stato fatto per me! Invece io non ho fatto nulla per nessuno. E allora, cosa è stata la mia vita? Nessuna utilità è venuta da me, e quindi io sono vissuta per il sacrificio altrui. Però è triste guardare nel passato e accorgerci che nessuna cosa buona rimane di noi. E allora perché siamo vissuti? Senza scopo. Ma la colpa è nostra perché la natura dà ad ogni essere, per basso che sia, la sua missione. Esso sa che il tempo è breve, deve affrettarsi a ricercarla e compierla con sentimento e coscienza. Ma a che parlare di ciò?. La mia vita fino ad oggi? E' un libro di quattro pagine, - scrive Dina - un libro davvero breve, anzi un quaderno spoglio, semplice, passeggero: Quaderno del nulla!

                        Là sono i sogni e gli interrogativi, le incessanti domande, sull'umile vita dell'uomo, sul ciclo immortale della natura che si rinnova e sulla profondità dell'universo infinito. La piccola anima pare smarrirsi, non trovare risposte adeguate, se non proprio sulla soglia della morte, nell'ardente preghiera, unico profondo moto di fede che sgorga, quasi inaspettato, dalla sua anima, vero e proprio testamento spirituale quando traccia il cammino percorso sulla piccola via della sua vita, non temendo, pur avendo peccato, di  essere perdonata:

            “Dio...dammi forza per portare la mia croce e gioia nel soffrire. Sostiemmi se vacillo e rialzami se cado. Disseta nell'agonia lo spirito assetato con una goccia del sangue Tuo e fammi morire con Te...rafforza di zelo la mia debolezza...chiamami se ho sperato nella vita che mi segnasti e attendimi...non disdegnare, mio Dio, i pochi frutti che nel viaggio raccolsi per Te e accogli i pochi fiori esili e appassiti che son giunti fin qui...il cammino fu lungo, Signore, pieno di sassi e di spine. Mi riposai all'ombra nel meriggio infuocato, ma il sole mi colpì; mi rifugiai nelle spelonche quando infuriò la bufera, ma il vento mi schiaffeggiò. Ora son giunta, Signore, e busso alla Tua porta. Essa si aprirà perché Tu l'hai promesso, né colpo di bufera, né ardore di sole mai più mi colpirà”.
                        
            E’ in questa preghiera che il vecchio padre ravvisava l'amarezza della delusione di Dina verso il fascismo che l'aveva abbagliata e inebriata. Santi non si dava pace a vedere la figlia entusiasmarsi per un partito e un uomo, Mussolini, che aveva affermato “valgono più quattro manganellatori che la filosofia di Benedetto Croce!” Anche lui, del resto, più volte candidato per il partito socialista alle elezioni amministrative nei comuni di Radicondoli e Chiusdino, aveva subito il livore e l'odio degli ambienti reazionari.

             Ed è forse da questa crisi che sgorga la sua ardente preghiera; tuttavia ci mancano troppi elementi autobiografici per poterlo affermare con assoluta certezza. Come ben sappiamo la fine degli anni '20 segna l'inizio del consenso di massa al Regime fascista e non furono molti coloro che seppero opporvisi. Lusini e Misciattelli (i mecenati della poetessa), erano notevoli personalità del fascismo senese, l'ambiente di studio era permeato, alle scuole elementari, dalla retorica patriottica, e alle superiori dall'euforia del Patto di Conciliazione tra la Chiesa e Mussolini. Una pesante cappa di piombo soffocava l'intero Paese: Dina, quasi reclusa nel triste collegio di S. Caterina (in tre anni, solo due o tre volte uscirà in città), non poteva certamente godere della condizione mentale dell'imparzialità di giudizio, se mai la sua giovane età l'avesse consentito. Le parole del padre, sommesse e timorose, anche rispettose di fronte alla crescita culturale della figlia, se furono pronunciate, non provocarono clamorose reazioni.
           
            L'amore profondo per la famiglia, che Dina racchiudeva timido dentro se stessa, si coglie nell'ultimo addio al caro babbo, agli amati genitori due giorni prima della sua morte: “Addio. Qui tutte dormono. Solo dalle sale più lontane giungono dei gemiti. Voci deboli di bimbi e voci forti di uomini. Io penso a voi; il letto mi sembra di pietra perché ho le ossa indolenzite dalla febbre. Se ci fosse la mamma a farmi i massaggi come costà! Ricordate di portarmi i fiordalisi”.

Il 18 giugno 1930 Dina Ferri muore, dopo una inutile e tardiva operazione chirurgica. La voce del “povero rosignolo” tacerà per sempre e il suo resterà “un incompiuto canto”, il canto della giovinezza, si, ma solo della giovinezza, non della vita, quella vita fugacemente intravista all’alba dei suoi 22 anni.

            Fu sepolta nel cimitero della Misericordia a Siena e sulla pietra tombale, finemente scolpita, venne incisa una brevissima frase latina, riecheggiante un verso della poesia che aveva composto in quinta elementare per la morte della cuginetta Leontina, versi che sembrano scritti per se stessa:

E' spenta la querula voce
e c'è questa povera croce.
           
            Adesso la lapide è collocata sul muro della cappella della famiglia Ferri, che accoglie i suoi resti mortali, nel camposanto di Chiusdino.

 14 maggio 2015, Radicondoli.




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