giovedì 26 novembre 2015




Sessanta minuti, più ringraziamenti alle Organizzazioni “Agapito Gabrielli”, e all’UNIELI, ed ai presenti, e presentazione della mia ricerca 1859-1900 e del mio attraversare Firenze e Piazza dell’Indipendenza, per motivi di lavoro, nei primi anni ’70, quando scoprii  la vicenda che vi riassumerò.

            La storia che vi racconterò si svolge a Firenze tra la primavera e l’autunno dell’anno 1859, l’anno della “pacifica rivoluzione toscana” che  porterà, poco dopo, con il Plebiscito, l’ingresso della Toscana nel Regno d’Italia.

            Il tema centrale non sarà ripercorrere le vicende del nostro Risorgimento, e nemmeno l’epopea garibaldina che infiammò tanti giovani italiani, toscani e massetani,  sulle quali si sono consumati fiumi d’inchiostro, ma quello di soffermarsi su avvenimenti personali, attraverso gli occhi di un bambino “innamorato”, un bambino di una famiglia borghese la cui abitazione si trovava e si trova in quella che attualmente porta il nome di Piazza dell’Indipendenza, dalla quale, il 27 aprile 1859, si dipartì il corteo popolare che attraversando la città espose il primo tricolore sul terrazzo di Palazzo Vecchio, mentre sulla via Bolognese il Granduca Leopoldo II, si avviava  a riparare a Bologna, ancora sotto il dominio dello Stato Pontificio.

            La Piazza dell’Indipendenza,  prima dedicata alla bella principessa Maria Antonia di Borbone Due Sicilie, moglie del Granduca Leopoldo II , è lo sfondo in cui Guido Nobili, classe 1850, avvocato e scrittore dilettante (ma non certo per la qualità dei suoi scritti), ambienta un racconto autobiografico manoscritto trovato dai familiari tra le sue carte nel 1916, anno della sua morte, dal titolo “Memorie lontane”. Già il titolo manifesta il profondo mutamento in cui la sua generazione fu testimone. Lontane sono infatti le memorie di un anno, il 1859,  in cui lui, bambino quasi decenne, vive simultaneamente, nel microcosmo della Piazza, una doppia rivoluzione: quella vera che si consuma nel giro di una mattina primaverile proprio sotto le finestre di casa e quella interiore che gli fa scoprire se stesso in un amore infantile che si accende e si consuma nella grande spianata della Piazza. Le due rivoluzioni, anche grazie alla dimensione del ricordo che le trasfigura, appaiono come le memoria di una Toscana ormai lontana, in cui una rivoluzione poteva  concedersi la …pausa pranzo (a mezzogiorno gli assembramenti si sciolsero e, come fu detto, “la rivoluzione andò a desinare”) e gli improvvisi turbamenti di una incipiente pubertà potevano convivere con il mondo dell’infanzia. Ma, se vogliamo, rispecchiano anche una lontana realtà, quella di un piccolo mondo antico pieno di certezze e in cui sembra non vi sia spazio per i dubbi e le paure che accompagnano ogni cambiamento. Quei dubbi e quelle paure che, affacciandosi nella mente di Guido, si scontrano con l’ironia travestita da severità di adulti che, ancora ignari delle contraddizioni del progresso, ridicolizzano, insieme alle paure dell’infanzia, anche il prudente e stanco scetticismo dei vecchi di casa.

            C’è una pagina, nell’autobiografia di Guido, che esula dalla traccia dell’idillio d’amore nel quale mi addentrerò tra poco, che ripropongo  per una sorta di meditazione sui temi della nostra attualità politica italiana e globale:

“ Il Sovrano è il padre del popolo, - mi diceva il nonno nelle nostre conversazioni serali, - egli è per sorte da Dio chiamato a regolare i destini della nazione. Nessuno più di lui. Nessuno più di lui ha grandi responsabilità di fronte all’Altissimo, come di fronte alla sua coscienza. Un Sovrano è in una condizione, che può fare molto bene, come molto male. Leopoldo II il nostro sovrano è un buon uomo, un esemplare di virtù come padre di famiglia, ed il nostro paese è felice e ricco per ragione della sua paterna amministrazione come Capo dello Stato. E questo pare fosse vero. Vi è della gente nel mondo, - mi diceva sempre mio nonno, - che non può vivere tranquilla; oggi vuole una cosa, domani ne vuole due, poi tre; infine, siccome questa gente è pigiata dietro da chi ha necessità di pescare nel torbido, essa vuole ancora, senza capire bene cosa pretendere, e allora si va alle rivoluzioni, dove la schiuma sociale irrompe, vince la mano, sparge sangue, e dopo ci vogliono anni ed anni per riprendere il cammino normale della società umana, che ha le sue leggi di natura. La Patria è tutto; tutto si deve fare per lei; ma son tempi brutti, Micio caro, - sospirava il nonno, - le rivoluzioni. Quando decapitarono Luigi XVI, ero un giovanetto; ma me lo ricordo come se fosse ora, a Firenze si rimase tutti senza fiato quando ne giunse la nuova.
            Converrete che è un bel fatto, quasi da vantarsene, l’aver sentito dalla viva voce del nonno narrare l’impressione della decapitazione di Luigi XVI. Eppure è così! Pur troppo è così!

Anche ora, - seguitava il nonno, - avrebbero dei sogni da realizzare, vorrebbero fare un’unità d’Italia; ma che vantaggio se ne avrebbe? Sarebbe una conquista geografica, e nient’altro, perché bisogna non conoscere né la Sicilia, né il Napoletano, per accarezzare coteste fantasie. Fino a Chiusi e alla Nunziatella, col resto dell’Italia settentrionale, le cose potrebbero andare in buona armonia, ma da lì in giù, con quella gente non siamo davvero nemmeno cugini, invece che fratelli. Non siamo nemmeno della stessa razza – noi razza giapetica e loro semitica -; lo portano scritto in faccia il loro albero genealogico. E poi, sarebbe una bella cosa mettersi a rischio di rivedere qua i Tedeschi, che, si può dire, sono andati via ieri; oppure, trovarsi i Russi attendati alle Cascine?  Perché i Russi? Perché ce li ho visti io, nell’epoca napoleonica, i cosacchi attendati alle Cascine. Mangiavano la carne macerata sotto la sella del cavallo.”
            Ed io allora mi facevo odiatore dello straniero e conservatore rispettoso del buon Sovrano, che Dio ci aveva concesso, e al quale ero legato da vincoli di personale riconoscenza….”

            Sappiamo  che la famiglia di Guido Nobili era da sempre stata fedele al Governo Granducale e che, anche dopo il Plebiscito e l’annessione della Toscana al Regno d’Italia, essa vide con un certo disprezzo l’avvicendarsi dei Savoia e delle loro apparenti novità e modernizzazioni, rimanendo, come traspare dal pamphlet,  Memorie lontane, “illuminati reazionari”. Tuttavia, con l’incipiente vittoria dei moti risorgimentali,  la borghesia aveva capito che si stava avvicinando un nuovo regime, dal quale non avrebbe dovuto essere travolta. Per  questo timore, nei giorni dell’aprile 1859, indugiava a manifestare apertamente le idee dell’Unità d’Italia, anche se, nella loro casa era stata preparata la bandiera tricolore, proprio quella che apparirà per prima in Toscana, a quel balcone il giorno 27 aprile. Guido è partecipe a queste vicende anche se, come ascolterete, le sue attenzioni saranno completamente rivolte all’innamoramento per Filli, una bambina, sua coetanea, di una famiglia greca da poco trasferitasi in città, in una casa sulla stessa Piazza, poco distante dalla sua.

            La famiglia Nobili, nella descrizione di Guido, piccolo testimone,  così visse  l’entusiasmate giornata del 27 aprile 1859:

“…la mattina venne la Teresa  a risvegliarmi, aprì la finestra e, con quel fare compassato da governante inglese, mi disse: -Chi dorme non piglia pesci. Intanto oggi non si va a scuola. – Ha forse partorito la Granduchessa? – Altro che nascite! Oggi vi è qui, proprio sotto le finestre, qui in piazza, la rivoluzione. – La rivoluzione? Rimasi trasecolato. – Via, si vesta subito, se vuol vedere! Non sente le grida della folla? In un baleno fui pronto, e corsi subito in sala, dove trovai tutta la famiglia. In un canto c’era la grande bandiera tricolore che  di nascosto avevo visto cucire. – Buon giorno Micio, - mi disse piano mia madre accarezzandomi e facendomi sedere accanto a lei; ma io riscesi subito dal divano e andai a dare un’occhiata alla piazza. Era un mare di popolo, che ogni tanto urlava a squarciagola. Si sentiva prima un silenzio, quindi una voce rauca faceva un discorso lungo una cinquantina di parole; e poi battimani ed un urlio che arrivava in cielo. – Dunque si mette o non si mette fuori questa bandiera? Diceva lo zio Niccolò un po’ eccitato. – Tu stesso l’hai detto, - rispondeva lo zio Guglielmo, - che l’ordine del barone Ricasoli era attendere un capitano, che avrebbe mandato lui, per poter incoraggiare maggiormente il popolo, che lo vedesse al terrazzo insieme alla bandiera. – Ma qui si fa tardi, saltò a dire mio padre, - Pare quasi che si abbia paura…o capitano o non capitano – replicò lo zio Niccolò risoluto, io la metto fuori questa bandiera; sarà quel che sarà. Infatti, presa la bandiera la portò al terrazzo e la sventolò. Urli ed evviva giù dalla piazza accolsero il vessillo tricolore, che si spiegava al sole di una bella giornata di primavera. Era il vessillo dell’Unità d’Italia, che il 27 aprile 1859 in tutta Firenze e dalla casa mia per primo compariva alle acclamazioni del popolo. Poco dopo altre due bandiere sventolavano ai balconi. Dalla via San Paolo arrivavano frotte di soldati; che, mescolandosi alla turba, fraternizzavano col popolo in rivolta e quindi, dietro a una bandiera tricolore portata da cittadini e militari con una carrozza che se ne andava al passo, tutta la moltitudine si avviò sempre gridando a squarciagola, per la via Sant’Apollonia, ora via 27 Aprile verso il centro della città e il Palazzo della Signoria. La rivoluzione aveva trionfato. Ed io? Rivoltai subito giubba diventando il giorno stesso un giacobino!

            Guido diventò avvocato e visse nella casa dei suoi antenati. Egli affermò che un giorno sulla facciata del suo palazzo sarebbe stata posta questa iscrizione: “Qui nacque un illustre ignoto che seppe apprezzare per quel che valeva l’uman genere”.  Ma così non è stato ed i posteri vi hanno scritto: “Qui visse Guido Nobili che con arte delicata rievocò la vita fiorentina dell’ottocento”. Se qualcuno di voi passerà da Piazza dell’Indipendenza, osservi le due statue del Ricasoli e del Peruzzi, due protagonisti che non si amavano, della nuova Italia ed alzi lo sguardo verso la casa del nostro eroe, il bambino innamorato, protagonista della storia che mi accingo a raccontare.

            Nella primavera del 1859, in Piazza Maria Antonia, come allora si chiamava prima che avesse il nome di Piazza dell’Indipendenza, era stata da poco messa la ghiaia. Guido e Filli vi si recavano a giocare, pur non conoscendosi ancora. Un giorno Guido, giocando, perse un gemello del polsino della camicia e cominciò a cercarlo affannosamente. In quel momento Filli uscì con la madre dal palazzo e Guido si sentì in grande imbarazzo in quanto non era cosa educata per un signore mostrarsi giù piegato e così pensava che un signore perde la roba, ma non la ricerca, tutto al più mette gli avvisi alle cantonate perché gliela riportino, mentre lui era costretto a grufolare fra la terra! La bambina che Guido aveva scorto nel fulgore della sua bellezza era là a saltellare con la corda proprio vicino a lui, e così non poté fare a meno di guardarla:  ella, con un sorriso che era un incanto gli chiede in francese se ha perso qualcosa…e lui buttandosi a capofitto nel francese che conosceva appena le dice di aver perso un gemello, cioè un bastoncino d’oro che stava al polsino della camicia. Filli allora chiama in aiuto il fratello Giacomo, più piccolo di lei,  poi arriva anche la madre, ed in quattro si mettono a rovistare sotto una panchina. La madre parla con Filli in un’altra lingua che non era affatto quella francese e la figlia, seguendo le indicazioni della madre trae da sotto la panchina il bastoncino d’oro che stavano cercando.

            Da questo momento per Guido inizia una serie di avventure che è impossibile, per il tempo che occorrerebbe, leggere per intero, come meriterebbero, ma solo accennare a quelle che ho ritenuto essere le più piacevoli ed interessanti.

            Il giorno dopo il “gemello” Guido e Filli si ritrovano in Piazza e fanno amicizia. Guido viene a sapere che Filli è greca e che in realtà si chiama Matilde Elisabetta e lui le dice che in casa anche lui chiamano “Micio”.
Cambiando discorso Guido aggiunse: Mia madre ieri, quando ti vide, disse che eri molto bella. A te non sembro? Ahi ahi, ero subito in imbarazzo. Come si fa a cavarsela?

            Se dico di sì, che è bella, dicevo tra me, questa può credere ch’io sia innamorato di lei, ed io innamorato in vita mia non sarò mai; a dire di no, sarebbe uno sgarbo, una grossolanità che non voglio fare, e che ella non merita; e per avere tempo di meditare una risposta che mi togliesse d’impaccio, mi misi a guardarla per un momento negli occhi.
            Che cosa ci vedessi in fondo a quegli occhi violetti non so; mi parve che, guardandoli, il collo mi si allungasse, la gola mi si piegasse all’indietro, provai quel non so che, che mi sono figurato debba provare l’usignolo allo sguardo della serpe; e per non rompere l’incantesimo mi scossi, e non seppi dirle altro: - Non sei bella, sei bellissima! E poi con una giravolta, un salto, una stupida risata, me ne andai via di corsa al largo, girandole attorno. Lei sciorinò la corda e saltandola mi fu appresso, e Giacomo pure, e tutt’e tre poi correndo, arrivammo alla cantonata di via Barbano, dove già era cominciato l’abituale crocchi etto dei monelli.
           
            Guido combatte sulla Piazza contro una banda di ragazzacci e viene colpito alla testa da una sassata che al momento lo tramortisce. Condotto in casa e medicato, dopo due ore non manifesta più alcun malore. Ma la sentenza della madre è rigida e inappellabile: due giorni chiuso in casa, senza uscire e…a pane ed acqua!

            Al secondo giorno della punizione la madre lo minaccia di metterlo in Collegio a Volterra, vestito da prete, e lo rimprovera di “non aver cuore”.

            Era una leggenda, che su di me s’era formata in famiglia, che avessi poco cuore. Essa aveva la sua storia. Una volta negli anni avanti,  ero stato condotto al Teatro della Pergola, dove si rappresentava l’opera di Verdi, il Trovatore. Io, a quell’età, più che della musica, mi interessavo del fatto dell’opera; e anzi deploravo che gli artisti, invece di recitare, cantassero, il che mi impediva di raccapezzarmi nello svolgimento del dramma. Era costume delle persone di condizione di non stare al Teatro fino in fondo allo spettacolo. Molto prima della fine dell’ultimo atto, si lasciava il palco, per ritirarsi nel foyer, in attesa che il chiamatore avvisasse la carrozza di tale o tal’altra famiglia che era alla porta. Il trattenersi fino alla fine dello spettacolo era da contadini, e non di buon genere; ma a me interessava di sapere come la rappresentazione andasse a finire quella sera, e mentre mi infagottavano nella cappa, domandai con premura a mio padre come andasse a finire per quel Trovatore. Mi rispose: - Ora lo ammazzano, ed è finita. – Ecco, ho capito! Dissi fra me. – Si va via prima dello spettacolo per non mi far presenziare a questo strazio. – Ma dimmi, gli domandai ancora, che ne ammazzano uno tutte le sere dei Trovatori? Mia madre, che sentì questa interrogazione, ne rimase trasecolata: - Come?, diceva, - Con tanta tranquillità, con questa serenità, lui ha creduto che veramente quell’uomo debba venire ammazzato, se ne va a casa senza preoccupazione della cosa?! Ma questo è un mostro di ragazzo, è un piccolo Nerone, non ha cuore!

            La cosa fu raccontata in famiglia e la sera, sul menù del pranzo uno degli zii, all’arrosto, invece di rondoni, aveva fatto scrivere: “arrosto di trovatori”.

            Finalmente Guido esce di casa e ormai guarito dalla sassata incontra Filli, va nella sua casa, conosce il babbo, un omaccione greco senza un occhio che lo accarezza, e nell’uscire da questa casa, Filli, nell’accompagnarlo alla porta gli sussurra: - Siamo stati a fare spese in città, ma ora io e Giacomo torniamo un poco in Piazza; fa d’esserci; sto tanto volentieri in tua compagnia.

            Girai tutte le stanze di casa mia, perché i miei mi vedessero, e nessuno potesse sospettare che d’arbitrio ero andato in “casa terza”, come si usava dire, e poi tornai sulla Piazza; Filli era là che saltava la corda. Sedutici su di una panchina, le domandai  perché il giorno di poi, che era domenica, non venisse alla Messa delle undici alla chiesa di San Marco, dove mi conduceva mia madre; e a quale chiesa andasse. – Ma io, rispose Filli, - non vado alla tua chiesa; io sono ortodossa.
Se mi avessero in quel momento strizzato con una mano il cuore, non avrei sentito tanta penosa impressione quanta ne abbi a quella notizia; e premurosamente mi diedi ad indagare in che differisse la mia dalla sua religione; perché si trattava di sapere se Filli fosse dovuta andare o non andare all’inferno, per non essere regolarmente cristiana. – Ma tu credi in Dio? – le domandai con ansia. – Altro se ci credo. – E in Gesù tu credi? – Voglio tanto bene a Gesù. – E nella Madonna non credi? – Come si farebbe a non credere nella buona madre di Gesù? Dello Spirito Santo me ne ero dimenticato; ma in questo ero scusabile, perché non avevo mai occasione d’interessarlo dei fatti miei. – E allora in che differiscono le nostre religioni? – Non lo capisco, - diceva Filli, guardandomi penosamente in viso. -  Forse perché i nostri preti non dipendono dal Papa come i tuoi. – Già, dev’essere così.

            Quando ci lasciammo, ero di umore malinconico; l’idea che la buona, la bella amica mia avesse dovuto andare all’inferno mi tormentava l’anima. Avrei voluto essere bene edotto in cose di religione per illuminarla, salvarle l’anima, e poi ritrovarsi insieme in Paradiso. Lassù in Paradiso, io e Filli, che corse! Senza paure di Volterra, senza frustino, e tutto il giorno insieme!

            Andai dalla zia Luigia, che era la specialista della casa in materia di religione, e con tutta la circospetta diplomazia la interrogai circa l’argomento, che tanto mi stava a cuore. – Dica, zia, - incominciai, - in che differisce la nostra Religione da quella ortodossa? – Differisce: che la nostra è vera e quella è falsa. – Come si fa a riconoscere le Religioni vere da quelle false? – Che discorsacci son codesti? Delle Religioni vere non c’è che la nostra, e tutte le altre sono false.
Vidi che per questa via non si sfondava; forse nemmeno la zia sapeva di queste differenze, e cercava di cavarsela alla meno peggio; e allora la strinsi con gli argomenti un poco più da vicino. – Ecco, stia a sentire: io ho un amico, al quale voglio molto bene; ma è ortodosso di religione, perché suo padre e sua madre sono di quella religione. Che colpa ha lui di essere di quella Religione? Anche se tutta la vita si conducesse come un santo da altare dovrà andare all’inferno? – Non c’è remissione, bisogna che vada all’inferno! Questa tagliente sentenza mi si ripercosse nell’anima come un colpo mortale. Troncai ogni discussione con la zia, e me ne andai tutto addolorato. – Dica, zia Luigia, - le domandai la mattina dipoi, - cosa ne penserebbe Dio se uno si offrisse di andare all’inferno per un altro? – Li manderebbe all’inferno tutti e due. - Come? Neppure se questo cambio glielo chiedesse la Madonna o Gesù? – Che contano a confronto della volontà di Dio? Questa sconcertante risposta mi ripiombò nello sgomento, e tanto mi perturbò, che, lasciata la zia, riparai in camera mia, e voltandomi verso il quadretto dell’immagine della Madonna, amorevolmente la guardai senza poterle dire niente. - Guardi, guardi, signorino, lì in Piazza vi è il suo amico con la sua bella sorellina che guardano il cielo con un canocchiale. Così mi disse un dopo pranzo la Teresa, che era andata a chiudere la persiana di sala. Corsi a vedere, era vero. Ora una ora l’altro, passandosi un canocchiale, guardavano in su e rimanevano estatici. Guardai in qua e là nel cielo, non vidi niente d’insolito che meritasse l’uso speciale del canocchiale, per cui la curiosità viva mi punse di sapere cosa fosse lo scopo di tanta attenzione verso il cielo e, ottenuto il permesso da mia madre, corsi in Piazza a raggiungerli. – Guarda, - mi disse Filli, con la sua voce d’argento, - metti questo tubo all’occhio e vedrai che cosa ha regalato babbo a Giacomo. A me ha comprato una scatola di tinte a tubetti perché dipingo i fiori. Io tenevo fermo il tubo all’occhio, mentre Filli cautamente si avvicinava; quando fu presso alla mia guancia, e ne sentivo l’alito, mi dette un bacio! Stolzai come se fossi stato toccato da un bottone di fuoco. Se fossi stato un cane, tanta fu per me la sorpresa lì sul momento, sono certo mi sarebbe incoscientemente scappato di dare un morso a Filli. Di lampo la guardai con occhio torvo come se si fosse presa con me una confidenza sguaiata; ma vedendola sorridente, tranquilla, che mi guardava con quelle sue stele saettanti, abborracciai ancora io un sogghigno sghimbescio, e per arrivare più presto in fondo a una situazione per me disorientata, tornai in fretta a guardare nel foro del caleidoscopio.

            Rientrato a casa, andai a guardarmi allo specchio, perché mi si era fitta in mente l’idea che si dovesse vedere l’impronta del bacio di Filli. Non si vedeva niente, ma pure ripensando a quel bacio sentivo in me una piacevolezza, che mi ricordava alla lontana quella dolce impressione già provata qualche volta, quando tutto infreddolito cominciavo a riavermi in un letto ben riscaldato. – O che sia questo? – mi domandavo. – O che il bacio di una bambina bella è come il morso di un can guasto, che si risente dopo? Che io sia innamorato!? Ma i ragazzi, che sappia, non s’innamorano. Caso volle che la sera la conversazione cadesse su Dante Alighieri. Lo zio Cesare diceva l’aveva trovata noiosa la Divina Commedia. – A me ne basta una per rappresentarmelo quel Dante come un legno torto, - insistè lo zio Cesare, - ed è quella, che a nove anni s’innamorò di Beatrice. – Mamma mia! – dissi dentro di me con il cuore in grinze. – Che tutto questo rigiro su Dante sia stato messo su per dare di traverso una bottata a me? Questi zii li conosco! Sono innamorato davvero! – pensavo, - sento che vorrei poter dare anche io un bacio sulla gota di Filli, come l’ha dato a me. Non c’è che dire, lo riconosco, sono innamorato!

            Avevo sentito dire, mi era ronzato agli orecchi, che ci sono degli uomini che mettono in mezzo le donne, ed io non conoscendo i particolari di questi inganni, temevo che seguendo questo impulso, mi andassi avviando proprio sulla cattiva via, ed avrei piuttosto incontrato qualunque sacrificio, di quello che rendermi colpevole a riguardo di quella povera Filli, ormai diventata il mio pensiero fisso ed intenso.

            Quando mia madre la mattina si faceva pettinare, qualche volta mi sedevo sopra un piccolo panchetto presso di lei, e prendendole i lunghi capelli neri che toccavano terra, mi divertivo a scoscendere la forca che suol fare il capello lungo; ed in questo tempo, mentre Teresa passava il pettine alla sua capigliatura, facevo conversazione con mia madre, ponendola bene spesso in gravi imbarazzi per rispondere agli argomenti che le proponevo. Quella mattina aspettai di proposito che la Teresa se ne fosse andata, e poi buttavi là questa domanda: - Se Dio voleva che non ci fossero altre Religioni, perché fa nascere i figli anche dai matrimoni contratti con le false Religioni? – Senti, stamani ho poca voglia di discorrere, - rispose mia madre un poco imbarazzata. – Una volta che i figliuoli nascono anche a quel modo, è segno che questa è la volontà di Dio. Non ti par chiara la cosa? – O senza punti matrimoni i figliuoli possono nascere? – Senti, Micio, se non ti levi d’attorno, peggio per te, - mi rispose un po’ contrariata. – Questi sono argomenti che non ti devono interessare. E’ una noia avere un ragazzo verboso ed entrante come te. – Domandavo questo, perché avevo curiosità di sapere come aveva potuto fare la balia, che ha preso la zia Maddalena, a fare un bambino senza aver marito? – Dunque sei maligno? Chi ti ha detto questo? – C’ero presente quando la procaccina di balie diceva alla zia: prenda questa che è ragazza. E’ un buon carattere, e così non avrà la seccatura del balio per casa, e spenderà meno. Fu messa in mezzo da un birbante con la promessa di sposarla, e poi fu scoperto che aveva già moglie; ma creda è una buona figliuola. – Tante volte la gente discorre senza badare ai ragazzi! Ma tutto questo discorso che ti riguarda? Micio, che t’interessa? – E’ perché volevo sapere come si fa per fare i figliuoli. Una volta che anche te li hai fatti, devess’ere una cosa da persone perbene.

            Ormai nell’argomento ero entrato sotto misura, come si dice in linguaggio schermistico, ed era un po’ difficile a mia madre cavarsela con prudenza, e senza destarmi sospetti, e le convenne torto collo continuare il tema di conversazione da me proposto. Questo lo saprai meglio quando prenderai moglie, C’è tempo! Ma poi, se ti preme saperlo, purchè tu non lo racconti a nessuno, te lo dico in confidenza, perché ai ragazzi fa torto sapere certe cose. Quando un uomo e una donna sono innamorati, e si baciano, molte volte, ma non sempre però, un figliuolo è di conseguenza.

            Con questa trovata mia madre credeva finalmente di essere arrivata al punto fermo della conversazione; ma s’ingannava, non sapendo quale fosse lo scopo della mia inquisizione. E continuai: - E allora, perché vuoi che io dia un bacio alle mie cugine quando vengono a farci visita? – Perché né te né loro di certo siete innamorati. Ma ora basta; delle stupidaggini ne hai dette abbastanza. Vattene! Voglio finire di vestirmi. Mi prese per una mano, mi accompagnò alla porta e mi mise fuori di camera.
           
            “Dunque, - rimuginavo fra me – non sbagliavo nell’essere prudente con Filli. Guardate un po’ a che rischio si era messa con me quella povera creatura per la sua innocenza! Fortuna che io sono riflessivo, e qualche cosa sapevo, sebbene in confusione, altrimenti chissà a quali conseguenze esponevo lei e me. V’era il caso di vedere qualche giorno il padre di lei venire infuriato a cercare di mio padre, e allora altro che Volterra! Solamente a pensarci mi si accappona la pelle. Ci si può immaginare lo scandalo che sarebbe successo, il diavolerio e le canzonature degli zii, se avessi messo un figliuolo al mondo! Meno male che fui prudente, e lo sarò. Però sarebbe stato per me un bel balocco avere un figliuolo proprio vero di carne e ossa; l’avrei condotto alla villa dell’Impruneta, gli avrei insegnato come si fa nei ruscelli a cavare i granchi dalle buche senza farsi mordere, lo avrei istruito a salire sulle piante per cogliere le frutta, e poiché sarebbe mio, quando fosse stato cattivo, l’avrei frustato. Ma non ci facciamo prendere da fantasie, è meglio, molto meglio non trovarsi in queste cose”.

            Dopo un periodo di stagionaccia, durante il quale Guido e Filli non si videro più, al tornar del bel tempo Guido la incontrò sulla Piazza portandole una gardenia. Mi hai portato un fiore; sapevi allora che era la mia festa? Stasera alle sei finisco nove anni. Tu verrai? Dimmi che verrai; sii compiacente con me, che ti voglio tanto bene. A questo punto buttai da parte ogni retro pensiero e con l’energia di un uomo, di cui non mi credevo capace, le risposi: - Ma ancora io ti voglio tanto bene! Non ho altro pensiero che di te; tu mi hai presa l’anima intera; ma penso con dolore che mentre tanti, che son più grandi di noi, hanno delle speranze nei loro affetti, la nostra minuscola età non ce ne consente alcuna.
           
            A questo mio discorso, o presso a poco di discorso, che per la prima volta apriva l’animo mio a Filli senza veli e senza reticenze, essa si mise a piangere. Io mi fermai, la guardai e mi avvidi che non dalla cantonata dell’occhio scendevano le lacrime, ma in assidua fonticina sgorgavano dalla metà della palpebra, e pensai che quella diversa scaturigine del pianto, dovesse essere una caratteristica speciale greca. – Ma Filli, Filli mia, non piangere; mi par di non aver detto cose, che ti dovessero portare fino a codesto. Non piangere, perché se fai piangere anche me, nel dolore non so essere garbato e carino come te, quando piango io bercio più forte di un asino che raglia, e allora correrà tua madre, correranno quelli di casa mia; come si giustificherebbe poi questo tumulto?

            Entrò Filli nell’atrio di casa mia, le asciugai le lacrime colla pezzuola; non la baciai, benché mi ci sentissi spinto; però la strinsi al petto un secondo minuto, e poi le dissi: - Vedrai che stasera verrò da te. – Giuramelo. In vita mia promettere è stato sempre come giurare, ma in quella circostanza, fuori di me dall’emozione, non rifuggii dalla solennità del giuramento, e quando ci lasciammo le ripetei: - Ho giurato che verrò, e puoi contare che qualunque cosa mi possa accadere, prima delle sei sarò a casa tua; ma tu mi devi promettere di non piangere più, perché le tue lacrime mi fanno pena quanto e più se vedessi un poverello morire di fame. Io non ritorno in Piazza, aspettami a casa tua alle sei; fin d’ora puoi dire a tua madre che ho ottenuto il permesso.

            Il bel gesto l’avevo fatto, con Filli. Alla volata mi ero slanciato; ma ora il momento serio era quello di chiedere e anche di ottenere questo permesso. Vi era l’abitudine in casa che, se le persone non si conoscevano per relazione, la prevenzione era contro, e non si dovevano frequentare. Le famiglie, senza eccezione, dovevano essere del primo cerchio delle mura di Firenze, oppure che avesero avuto un antenato alla prima crociata; la seconda crociata cominciava ad essere sospetta; figuriamoci poi la famiglia di Filli, che erano degli stranieri di chi sa dove, e non si poteva sapere a far che venuti a Firenze. E poi, è un’abitudine ormai inveterata nella disciplina di tute le famiglie, il negare tutto ai ragazzi, anche le cose più futili e innocenti, per solo sfoggio di autorità.

            Ma, finalmente, attraverso abili sotterfugi, Guido riesce ad andare a casa di Filli e ci fa tardi. Ne discendono varie conseguenze e situazioni comiche, si nasconde sotto il letto del nonno, cade uno scudo d’argento, trovano “Micio” impaurito e così viene preso in giro tra scherzi e risate. Ma ecco che avanza l’estate! I Nobili decidono di andare in “villa” all’Impruneta e Guido non fa in tempo a salutare Filli.

            La carrozza si mosse, ed io allungavo il collo per guardare la Piazza, nella insulsa speranza di vedere Filli. Quando si voltò in via Sant’Apollonia e che la Piazza si andava perdendo di vista, mi sentii un groppo alla gola, la bocca mi si storse in un garbaccio, e cominciai a piangere a dirotto. Ma il tempo passò veloce e il 3 novembre Guido parte dall’Impruneta e dopo aver passato Porta Roman tra il batter dei magnani che rintronava le orecchie disusate ai forti rumori; un odore di castagne arrostite si spandeva nella’ria, e il lamentoso grido del venditore di stoie e quello degli spazzacamini, che s’incontravano per le vie della città, facevano piombare l’animo in un mare di tristezza, tetro ed ampio, quanto il pensiero della morte. Quella volta, per quanto il tempo fosse perfido, e la vitraggine noiosa come al solito, nella gita di ritorno in città l’animo mio esultava. Il pensiero di Filli era assorbente. Tuttavia la cattiva stagione non permette a Guido di uscire dal suo palazzo per alcuni giorni, poi, finalmente, con la scusa di portar fuori un cane da caccia, comprato in quei giorni dallo zio Cesare, potei uscire e, non importa dirlo, andai subito a dare una passata sotto le finestre di Filli. Anche da quella parte tutto come prima; né Filli, né Giacomo, né sua madre, né suo padre, si facevano vivi.  Mentre stavo lì melenso, a guardare porta e finestra, uscì la loro donna di servizio. Mi si allargò il cuore. Mi salutò, ed io mi feci ardito di fermarla per domandarle: - I vostri padroni stanno bene? – Stanno bene; ma io non sto’ più con loro; sono rimasta con la nuova affittuaria del quartiere ammobiliato, che è una vecchia signora inglese; loro fino dal primo del mese sono andati a stabilirsi a Prato. Bumh!!! Un’archibugiata carica a veccioni, che tirata dappresso investisse in pieno un miserello scricciolo saltellante nella macchia, avrebbe fatto meno strazio del suo corpo di quello, che fece dell’anima mia la inaspettata notizia. La capinera, che trovi il suo nido disertato dalla serpe; una madre, che d’un subito si veda spirare la sua creatura sana e vegeta fra le braccia, possono aver provato quanto provai io in quel momento. Sentivo come un artiglio di ferro, che ne petto cercasse di strapparmi i visceri. Corsi via come un pazzo, andai a rimpiattarmi nel luogo più appartato di tutta la casa mia…e piansi tanto!

            Da quel giorno non vidi più Filli, né seppi nuova di lei. Solamente qualche anno dopo, non ricordo da chi, mi fu detto che era stata sposa di un ufficiale di cavalleria. Mezzo secolo e più è passato; una selva di anni si è messa di mezzo fra quei giorni d’amore e di dolore, e l’oggi; ma l’immagine di Filli, chiara, colorita e fulgente, è sempre viva nella mia memoria e nel mio cuore.


            Questa è dunque la conclusione melodica di Guido Nobili ed anche la conclusione del mio racconto. Mi chiedo tuttavia, anch’io, come Pancrazi e Pampaloni, “…ma che cosa c’è nascosto in quella “selva di anni”? Soltanto altre donne, altri giuochi d’amore, come sembrerebbe suggerire lo stesso autore? Nella selva di anni c’è tutto: la delusione politica, l’avvento della mediocrità, la fine di un’epoca sognata mentre il babbo e gli zii si preparavano ad esporre dal balcone di casa il bandierone italiano; c’è il ripiegarsi amaro dell’autobiografia dell’uomo Nobili nelle pieghe d’ombra di una storia non amata. E ciò che punge di più, nel rimpianto del passato, non è tanto l’infanzia, ma una verità che vi sentiamo sepolta, un valore dimenticato, un in sé della vita ove era forse il meglio di noi che è rimasto segreto. Forse è questo l’elemento poetico nuovo di Memorie lontane: un che di amaro, di incompiuto che sta dietro il sorriso e si mescola struggente alla dolcezza del ricordo. Proprio come nello nostre Memorie, ormai lontane.        

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