sabato 17 gennaio 2015

L'immagine è di Luca Socchi, www.lucasocchi.com Fonte di Docciola, 1244 - 2012.

Bodo
  
Estratto dal volume di Carlo Groppi, “Né latino né tedesco, né lombardo né francesco. La Comunità di Castelnuovo dalle origini alla fine del XIII secolo”; Migliorini editore, Volterra, 1996.

814 - Morte di Carlo Magno.

817 - Ludovico il Pio, figlio di Carlo Magno e imperatore, concede ai monasteri e alle abbazie la libera elezione degli abati. Concede inoltre alla chiesa la libera elezione dei vescovi.

821 - 27 ottobre. L'imperatore Ludovico il Pio concede e riconferma al vescovo di Volterra Grippo, tutti i privilegi dichiarando "...che nessun giudice o persona rivestita di autorità imperiale doveva ardire di introdursi in chiese e dimore, campi e possessioni, che la chiesa volterrana possiede " in quibusdam pagis vel territoriis infra dictionem imperii notri" sia per tenervi cause giudiziarie, esigere tasse o ammende o per farvi dimora, o prelevamento di viveri, di "fideiussores", o compiervi atto qualsiasi su servi od uomini liberi, dovendo il vescovo Grippo e i suoi successori possedere in pace le cose predette, con tutti gli uomini legalmente a loro soggetti e con tutti i diritti di imposizione "omnes fredos concessos". Al vescovo incombe solo l'obbligo di obbedire fedelmente all'imperatore. E' la prima notizia della signoria civile dei vescovi volterrani, basata sulla proprietà terriera con uomini liberi e servi, e al tempo stesso del vassallaggio feudale vescovile all'impero". Noi non possediamo una fonte come il libro catastale che Irmione, abate di s. Germain-des-Pres, presso Parigi, compilò al principio del secolo IX, ma poiché Carlo Magno aveva emesso una serie di ordinanze dirette ai funzionari regi, per istruirli sul modo di amministrare le terre, nelle quali diceva loro ogni cosa necessaria a conoscersi, perfino quali verdure dovevano piantare nell'orto, trasferiremo la vicenda di Bodo, contadino medievale del nord della Francia, quale ci è magistralmente narrata da Eileen Power, nella vicenda  coeva di un vassallo del vescovo di Volterra o, meglio, dell'abate dell'abbazia di s. Pietro in Palazzolo, presso Monteverdi. E quelle vicende che ci sono state fatte rivivere con suggestiva finezza dalla ineguagliata narrazione della Power, noi le immaginiamo in uno dei tanti  "servi della gleba", un Oddo, o Guininzello o Bonuccio o Wido, che da mane a sera, nel suo manso e in quello del fattore e nelle terre dell'abbazia, solo o con i piccoli figli al pungolo delle bestie da soma e da tiro, in loco Corgnia apud le terre lagonicce, presta il proprio lavoro sui campi seminati a biade, a prato, o nella piccola vigna, per campare la sua famiglia, fare grande l'abate e il padrone e rendere dimostrazione a Dio della sua devozione.

"Habet Bodo colonus et uxor eius colona, nomine Ermentrudis, homines sancti Germani, habent secum infantes III. Tenet mansum ingenuilem I, hebentem de terre arabili bonuaria VIII, et antsingas II, de vinea aripennos II, de prato aripennos VII. Solvit ad hostem de argento solidos II, de vino in pascione modios II; ad tertium annum sundolas C; de sepe perticas III. Arat ad hibernaticum perticas III, ad tramisem perticas II. In unaquaque ebdomanda corvadas II, manuoperam I. Pullos III, ova XV; et caropera ibi injungitur. Et habet medietatem de farinarium, inde solvit de argento solidos II".

Bodo, colonus, e sua moglie Ermentrude, colona, affittuari di Saint- Germain, hanno tre bambini. Coltiva un manso che ha otto bonuaria e due antsinga di terra arabile, due aripenni di vigna e sette aripenni di prato. Egli paga due scellini d'argento all'esercito e due barilotti di vino per il diritto di far pascolare i suoi suini nei boschi. Ogni tre anni deve fornire cento tavole e tre pali per gli steccati.

Ara quattro pertiche di terreno per la semina invernale e due pertiche per la semina primaverile. Ogni settimana è tenuto a prestare la sua opera due volte (corvèes) ed a fornire un servizio. Paga tre polli e quindici uova e deve fare qualunque lavoro gli venga ordinato. Egli è proprietario di mezzo mulino per cui paga due scellini di argento".

"Dunque, villano, come va il tuo lavoro ?" "Eh, signore, è assai faticoso. Vado fuori all'alba, per condurre i buoi al campo, e li aggiogo all'aratro. L'inverno non è mai tanto rigido che io non debba uscire di casa, per paura del mio signore; e ogni giorno debbo arare un acro di terra o più, dopo aver aggiogato i buoi e fissato il coltro e il vomere all'aratro !" "Non hai nessuno che ti aiuti ?" "Ho un ragazzo che conduce i buoi con un pungolo, e che ora è rauco per il freddo e il gran gridare che ha fatto" (Povero piccolo Wido !) "Beh, insomma, è un lavoro molto faticoso?" "Proprio così, è un lavoro molto faticoso". I sentimenti di questo colono dovevano essere molti e molto forti. Quando si alzava nel gelo di una fredda mattina per guidare l'aratro sui campi dell'abate, o quando i suoi propri campi lo chiamavano fuori al lavoro, spesso rabbrividiva e scuoteva la brina dalla barba, e avrebbe voluto che la casa grande e tutta la terra si trovassero nel fondo del mare (che forse aveva visto dall'alto di una collina e che vagamente poteva immaginare). Oppure gli sarebbe piaciuto essere il bracconiere dell'abate a caccia nella foresta del Gualdo; o un mercante che trasportasse una partita di mantelli o di cinture sulla strada maestra di Volterra; qualsiasi cosa, insomma, fuorché un povero villano che lavorava la terra altrui.

                Quid stamus? Cur non imus?

827 - Ludovico il Pio, figlio di Carlo Magno, riconferma il decreto stabilito dal padre, che vieta effettuare il lavoro servile o di altro genere, nella domenica e nei giorni santi: "noi ordiniamo, secondo la legge di Dio e secondo ciò che ha comandato nostro padre di benedetta memoria nei sui editti, che nessun lavoro servile debba essere fatto di domenica, né gli uomini debbano eseguire i loro lavori agricoli, curare le vigne, arare i campi, mietere il grano e falciare il fieno, alzare staccionate o cintare boschi, tagliare alberi, o lavorare nelle cave, o costruire case; né debbano lavorare nell'orto, né adire le corti di giustizia, né inseguire la preda. Ma tre servizi di trasporto è legittimo compiere di domenica, cioè i trasporti compiuti per l'esercito, il trasporto del cibo, o  il trasporto, ove occorra, del corpo di un signore alla sua tomba. Item, le donne non dovranno fare il loro lavoro di tessitura, né tagliare abiti, né cucirli con l'ago, né cardare la lana, né conciare la canapa, né lavare abiti in pubblico, né tosare le pecore: così che ci sia riposo nel giorno del Signore. Ma vadano insieme da ogni parte alla messa in chiesa e lodino Dio per tutte le buone cose che Egli fece per noi in quel giorno !"

Le "Benedizioni"...che furon dette dal greco "eulogie" entrano in uso in Toscana e sono sia pubbliche che private. Le prime consistono in ritagli di pane benedetto, che si dispensavano a quei fedeli intervenuti "nelle domeniche, e feste solenni, al Tremendo Divin Sacrifizio, ed impediti per qualche causa dall'accostarsi alla Sacra Mensa". La loro istituzione  deve forse risalire ai primi tempi della chiesa e a s. Pio I di Aquileia (158-167). Le private consistevano non solo in pane, ma in ogni specie di commestibili benedetti, come pure ne' fiori, che si "mandavano a Parochi, e dai fedeli ai parenti e agli amici. Eulogie si posson dire l'ova benedette nella resurrezione del Signore, e le rose nella Pentecoste".

Non deve far meraviglia se nel secolo VIII e nei successivi, fin quasi alla metà del sec. XIII, si trovino preti ammogliati, e fino le chiese passar di padre in figlio; poiché sebbene la chiesa latina abbia fin dai tempi più remoti prescritto ai sacerdoti il voto della castità, non ostante ha seguitato per più secoli ad ammettere agli Ordini Sacri i coniugati "...nel qual caso sia il marito che la moglie professavano di vivere celibi e casti. S. Gregorio Magno scrivendo a Simmaco difensore della Chiesa in Corsica, gl'ingiunse tra l'altre cose  di proibire ai sacerdoti di conversar colle donne eccettuate solamente la madre, la sorella, o la moglie, colla quale viver dovevano castamente" (Epistolario).

839 - In un documento redatto in questo anno viene rammentato il "Chastello di Vecchienna". Questa antica località, sul confine tra la provincia di Pisa e quella di Grosseto, diede origine ad un comunello autonomo, per molto tempo compreso nella cura di Monterotondo Marittimo, da cui dista poco meno di due chilometri, poi inserito nel comune del Sasso.  Alla unificazione di tale comune con quello di Castelnuovo è venuta definitivamente a far parte del medesimo. Sicuramente il castello appartenne prima alla abbazia di Monteverdi, poi ai vescovi di Volterra, ma fu messo a ferro e a fuoco dai soldati del comune volterrano per rappresaglia contro il vescovo. Trasformato in una vasta tenuta agricola oggi è una importante fattoria di proprietà della famiglia Aloisi De Larderel. Infatti il capitano di corvetta Pompeo Aloisi prese in moglie una delle figlie di Florestano De Larderel, l'ultimo dei famosi pionieri delle industrie boracifere, allora padrone della fattoria. Il capitano Aloisi fu protagonista di un noto episodio di spionaggio durante la prima guerra mondiale, conosciuto con il nome di "Operazione Zurigo".

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