Fosini,
Gerfalco, la montagna…qualche volta, come i morti,
la perduta
memoria ritorna.
Nel marzo 2005 uscì il primo
numero di una rivistina trimestrale, di sedici pagine, organo ufficiale della
Fondazione Cassa di Risparmio di Volterra. La Fondazione intendeva
svolgere nell’ambito del territorio di riferimento, una costante opera
d’informazione in merito al proprio ruolo sociale a favore della collettività,
ma, allo stesso tempo, lasciando ampia libertà d’azione alla Redazione,
relativamente ad altri temi culturali. All’epoca ricoprivo la carica di
vicepresidente dell’Organo di Indirizzo e m’ero impegnato a fondo per la
realizzazione di questo strumento. Entrai in Redazione con il numero 3/2005,
insieme al Presidente della Fondazione Edoardo Mangano, al vicepresidente del CdA Ivo Gabellieri, ed al
consigliere Fabio Fiaschi. Direttore responsabile il giornalista Pietro
Gasparri e collaboratori Gianna Fabbrizi, Cristina Ginesi e Luca Socchi,
quest’ultimo responsabile del progetto e della realizzazione grafica. Fotografo
ufficiale e coordinatore delle immagini il membro dell’OdI, signor Fabio
Fiaschi. Un ruolo attivo veniva svolto dallo staff della segreteria della
Fondazione, coordinato dal segretario capo Roberto Sclavi: Pamela Frosali,
Elena Sarperi, Tamara Villani, alle
quali successivamente, si uniranno Ilaria Fausti, Romina Del Testa e Natascia
Bandinelli. Due le tipografie, per i primi quattro numeri la Grafitalia (Peccioli),
per tutti i rimanenti Bandecchi & Vivaldi di Pontedera. Non intendo fare
una bibliografia degli articoli dei 31 numeri usciti, né una analisi del ruolo
della rivista (che spero prosegua il suo corso anche con il recente rinnovo
degli Organi della Fondazione – 4 novembre 2012), ma soltanto estrapolare un
brano da due “pezzi” della serie “In questa terra fai perdere le tue
tracce…Incontri, poesia ed emozioni tra Volterra e le Colline Metallifere”,
iniziata con il numero 3 ottobre 2007 e proseguita per dieci numeri fino
all’ottobre 2009. “…un primo dell’anno
limpido e frizzante di qualche tempo fa io e mia moglie partimmo a piedi da
Gerfalco per la scalata alla Cornata, una montagna fatta a schiena d’asino o a
denti di sega, alta più di mille metri. Gerfalco è un borgo medievale che si
affaccia a solatia ai piedi del monte con le case in pietra rosa, la chiesa di
San Biagio che lo domina dall’alto di una scalinata, l’antico monastero
agostiniano giù in basso. Praticamente disabitato per la crisi economica e la
chiusura delle miniere si rianima brevemente soltanto nei mesi estivi coi numerosi
villeggianti, spesso ex gerfalchini, alla ricerca di memorie, pace e frescura.
Un unico circolo-punto di ristoro all’ingresso del paese offre gli essenziali
comfort. L’ascesa è lunga ma la fatica è ripagata dall’immensità dei panorami,
da Siena ad Est, all’Argentario a Sud, a Populonia ad Ovest, e Volterra e gli
Appennini a Nord. Dunque salivamo lo stretto tratturo, lentamente e con fatica.
Dietro a noi, passi più decisi e finalmente una coppia più giovane ci
raggiunse, sopravanzandoci. In vetta ci ritrovammo e non fu difficile
sorriderci ed avviare uno stentato contatto con frasi smozzicate in tedesco ed
italiano. Mi presentai come scrittore di storia locale e geologo dilettante;
lei era una famosa scrittrice di libri per bambini, Friederun, ben apprezzata
non solo in Germania, e lui un collezionista avanzato di minerali! Venivano
dalla loro casa di Ciciano, poco discosta dal monte, la casa dove era vissuta
negli anni ’20 del secolo scorso la poetessa Dina Ferri. Ne parlammo con
emozionante sorpresa e gioia. La poetessa pastora nata nel podere Prativigne,
nei pressi di Anqua, nel 1908 e morta a Siena, giovanissima nel 1930, era
infatti l’appassionato oggetto delle mie ricerche. Anche Dina era salita, in un
memorabile giorno di rivelazioni, sulla vetta della Cornata; lei che non era
mai andata oltre Anqua e Chiusdino, aveva saputo dal padre, Santi, indomabile e
puro socialista, da quale parte stava la verità e da quale la menzogna di
fronte al fascismo vittorioso. La stessa verità, la stessa scelta di vita, che
su queste montagne fecero più tardi centinaia di giovani partigiani della XXIII
Brigata Garibaldi “Boscaglia”, e tra loro moltissimi volterrani, alcuni
pagandola con la morte, per ridare dignità e speranza ad un popolo intero.
Sommessamente mi tornarono alla mente quei versi disadorni, ascoltati da vecchi
mezzadri, un tempo abitanti montanini, prima che la fuga dalla terra amata ed
amara, li disperdesse per sempre, i versi di Dina:
Vorrei fuggire nella notte nera,
vorrei fuggire per ignota via,
per ascoltare il vento e la bufera,
per ricantare la canzone mia.
Vorrei mirare nella cupa volta
fisse le stelle nella notte scura;
vorrei tremar ancor come una volta,
tremar vorrei, di freddo e di paura.
Vorrei passar l’incognito sentiero,
fuggir per valli, riposarmi a sera,
mentre ritorni, o giovinetto fiero,
chiamando i greggi, e piange la bufera.
Avevamo fatto tardi, lassù. Ma l’aria era fresca e trasparente e la
facciata del Duomo di Siena rifulgeva nell’oro del tramonto. Cominciammo a scendere
attraverso una fitta abetaia, verso Nord,
giungendo rapidamente ad una antica cava di pietra, di calcare rosso
ammonitico, nella quale è possibile raccogliere belle conchiglie fossili.
Infatti la sommità della montagna è costituita da calcari del Lias e desta
sempre un certo stupore pensare che milioni di anni or sono essa costituiva il
fondale di un mare molto profondo, più di duemila metri! Dalla cava si scende
ancora a due poderi abbandonati, Romano e Campo alle Rose, dai quali si diparte
una comoda strada, tutta in quota, che ci riporta andando verso sinistra, a
Gerfalco.
Risuona il mio passo sopra la landa;
sordo, dalla terra, mi accompagna.
L’autunno è venuto, la primavera remota:
tempo felice vi fu mai una volta?
Fumi di nebbia, spettrali all’intorno;
è nera l’erba, il cielo è così vuoto.
Non fossi mai venuto qui, di maggio!
Amore e vita, tutto è passato! (T. Storm)
Ma…direte voi, perché non abbiamo raggiunto quel bellissimo castello
merlato che si erge sullo sperone di roccia bianca, laggiù in basso? E’ il
castello medievale di Fosini e dalla Cornata vi si arriva soltanto a piedi per
una ripida mulattiera, oppure con un “fuoristrada”, stando molto attenti ai tratti in forte
pendenza ricoperti da una grossolana ghiaia mobile. E’ una escursione che
richiede almeno quattro ore, ma che certamente ripagherebbe la fatica tanto
insoliti ed aspri, quasi selvaggi, sono i panorami, fragoroso lo scrosciare dei
torrenti, misterioso lo stormire del vento nel bosco disabitato. Il Castello,
ricco d’antica storia, è ormai in declino, spoliato degli arredi e delle
suppellettili, lasciato in balia delle forze della natura. La chiesetta
addossata alle mura è ormai crollata e così l’abbeveratoio, un tempo centro di
vita e di incontri. Affacciarsi al muretto che protegge dal precipizio,
nell’ultimo sole del tramonto, ci darà un’emozione forte, tanto più profonda
nel mutevole ciclo della natura, o meglio, quando gli elementi si scatenano:
allora parrà di vivere una saga e il tempo perderà la sua misura in un misto di
stupenda magia e di sogno. E se sarà un giorno di primavera e il sole brillerà
sullo smeraldo del prato che cinge il cassero a Sud, sedetevi sotto il vecchio
mandorlo e pensate a me e ai tanti ignoti destini che vi si sono incrociati:
E’ un piacere squisito tenere tra le braccia quella che desideri,
quando col battito del cuore ti confessa la prima volta d’amarti…”
Dal nuovo incontro coi luoghi e dalla magia delle
solenni parole alla fine del primo atto del dramma di Ibsen “Quando noi morti
ci destiamo…”, riemergono ricordi sepolti:
E mi guardò, con occhi
sfortunati…
Quando
la vidi, per la prima volta,
affacciata
alla finestra delle scale,
subito
m’entrò nel cuore il dolce male
che
non dà scampo, lo chiamano amore.
Bella
e selvaggia, come le rocce bianche
e
l’acqua vorticosa del torrente,
come
il turbine che fa gemere le querce;
malinconica
come il suono dei campani
che
a sera scendono dal monte.
La
ritrovai ad una veglia alpestre,
e
mi guardò con occhi sfortunati,
stava
seduta in disparte, senza amici,
un
brutto morbo l’aveva accarezzata.
Le
andai vicino, porgendole la mano,
e
lei s’alzò, sulla gamba buona,
la
strinsi a me nel ballo, fattomi ardito
da
un desiderio oscuro e sovrumano.
I
nostri occhi saettavan strali,
scrutarono
nel profondo cose ignote,
sentimmo
crescer dentro noi la fiamma
che
pura avvince, e rende immortali.
Oh!
mia perduta sposa,
quante
volte son tornato a quella balza,
al
verde prato sotto il mandorlo e le mura,
oggi
rovina, cercando un tuo sorriso,
mia
regina, un bacio tuo,
per risentirti
viva!
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