venerdì 1 maggio 2015

I "fuggiaschi".






Fosini.


Alberi.





Rocce.






1° Maggio.

Non sono più “un lavoratore” da circa 24 anni! Sono un pensionato, con una buona pensione, nonostante l’erosione inflazionistica (anche se da un po’ di tempo siamo in recessione e l’inflazione è praticamente zero). Tuttavia devo dividere questa pensione per due, dato che mia moglie, dopo aver lavorato per circa 15 anni – pagando regolari contributi – non è riuscita a raggiungere il minimo pensionabile e una ricongiunzione volontaria sarebbe costata troppo, rispetto all’importo rapportato all’attesa di vita, perché, si, siamo anziani. Dividendo per due le cose cambiano molto.
Allora, abbiamo deciso di “festeggiare” il 1° Maggio, con una “fuga” dal clamore mediatico, dagli urlatori, dalle colazioni, merende e cene, dai profeti di sventura, dalle violenze di una contestazione senza prospettive e ideali, salendo sul nostro monte, la Cornata (altezza 1059 metri), per immergerci nella natura e in noi stessi. Nostri amici i fiori  montani, rocce di mari profondi emerse in ere remote, formate dai gusci di meravigliose ammoniti, alberi e vento. A memoriam ecco alcune immagini:
  




giovedì 30 aprile 2015

Notturno in Via della Repubblica e Via Gramsci.

Nella stessa notte del post precedente, sempre camminando verso casa, ecco alla “Croce”, ossia all’imbocco del Vicolo del Convento, il grande portone del garage della Confraternita di Misericordia, recentemente restaurato. Un portone come un altro, si direbbe. Ma non per me. Proprio riparati dal vento, che a questo sbocco soffia sempre gelido o fresco, io e il mio amico Mauro eravamo soliti incontrarci, dopo cena, negli anni della nostra adolescenza. Futili chiacchiere  dei primi anni ’50 del XX° secolo, quando la vita ci sorrideva e l’avvenire non pareva  minaccioso. Studiavamo in quegli anni per poter entrare a lavorare della grande industria geotemoelettrochimica di Larderello! Come in realtà avvenne. Era un punto di osservazione eccezionale, specialmente per i movimenti di due delle fanciulle che allora ci piacevano di più. E, d’altra parte, le nostre abitazioni erano a pochi passi!




Superati l’ex cinema “Tirreno” e il Bar di “Bruna”, ossia il Bar Sport,  dopo il palazzone di Ginulfo, si hanno a sinistra la farmacia, alcuni negozi, e la famosa “Casa di Raspino”, oggi ristrutturata e irriconoscibile rispetto a quando vi ho abitato (1953-1958) e a destra i giardini pubblici, ossia “il Piazzone”, anch’esso più volte rimodellato, fino ad assumere l’aspetto attuale, nel quale spicca una bella fontana luminosa.  Alla casa ed al  giardino ho dedicato descrizioni più ampie, la prima è finita, come protagonista, in poesie e racconti, l’altro in una ricostruzione storica, poesie e racconti. Prima o poi ne parlerò perché il segno che hanno lasciato nei miei ricordi e nella mia anima è inobliabile. 



mercoledì 29 aprile 2015






Scende la notte.

Rientro a casa alle 22, un giorno qualunque di fine aprile, da Piazza del Plebiscito a Via Fucini, attraverso tutto il centro del paese in silenziosa solitudine. Con le scarpe gommate non sento nemmeno i miei passi. Per il ritmico “canto” degli uccelli notturni è ancora troppo giovane la notte, le finestre son serrate, e non si odono nemmeno i suoni o le voci dei televisori. Arrivo all’imbocco del Vicolo del Serrappuccio, dove sono nato settantasei anni fa, troppi mi ripeto, anche se, insomma, ci sono arrivato in buona salute. Faccio alcune fotografie: nella prima si vede l’arco dal quale una larga scalinata  in salita porta alla mia casa natia, proprio a ridosso del grande bosco di lecci e cipressi, ora disabitata. Ci vado ogni tanto, lassù, ma mi immalinconisco, perché ricordo tutto. A sinistra dell’arco c’è la porta di Garibaldo, il calzolaio, sindaco socialista di Castelnuovo nel 1919 e poi vicesindaco nella nuova giunta della Liberazione (1944) a testimoniare una tenace  e coerente “fede” politica. Sua figlia Iris andò sposa al fratello del mio babbo, Gino, mi amava molto, e nella sua casa, ho passato momenti felici della mia giovinezza grazie alle due cugine, le più amate,

Jolanda ed Eleonora. Subito accanto, a sinistra, la piccola porta di un altro calzolaio, Menotti, un uomo corpulento e di bassa statura, gran bevitore e cantore nel coro degli ubriachi del paese (ma solo una volta alla settimana, il lunedì) che vidi una sera d’inverno nel Piazzone, mentre tentava invano di sollevarsi cantando “se fossi una rondinella/vorrei volare, vorrei volare/vorrei volare/in braccio alla mia bella!” Era anche lui un fervente socialista. Garibaldo e Menotti abitavano nella prima porta a destra dell’arco, nella casa che era considerata la più alta del paese. E proprio all’ultimo piano andai ad abitare anch’io, con babbo e nonna, credo nell’anno 1950. Una casa alta, no, non è detto bene, era un “universo” bastante a se stesso. Dunque, a piano terra le botteghe, poi, salendo le strette e buie scale, al primo piano le due stanzette di Menotti e di sua figlia Elvira, e più in su ecco l’appartamento di Torquato, Adele e Maria e dei genitori Nelia e Terzo Fabbri. Maria aveva uno o due anni più di me ed era molto bella. Più sopra c’era la famiglia di Paolino Benucci e Dantina, con la figlia Feria, il marito Adelmo Ceccarelli, operaio della Larderello SpA e turnista alla centrale elettrica di Castelnuovo, e la loro piccola “reginetta” Diana, due anni meno di me, vanitosetta della sua statuaria bellezza. Paolino era il fratello della mia nonna e soffriva di arteriosclerosi, dovevamo avere molto riguardo a non far rumore. Infine all’ultimo piano, molto ampio, si trovavano ben tre appartamenti: quello di due stanze per la mia famigliola, camera e cucina; subito accanto c’era quello di mio zio Gino con sua moglie Iris, il vecchio babbo di Iris, Garibaldo, con il figlio separato dalla moglie, Bimas e i suoi due nipoti, il mio coetaneo Mauro e Gabriella, di due anni più giovane; infine le mie due cugine, Jolanda ed Eleonora dunque quattro camere e una grande cucina con tanto di focarile; sul prolungamento orizzontale abitava Luigi Settembrini, operaio sondista alla Larderello, con la moglie Filomena Vannozzi, una brava bozzettista di ritratti, e i figli Loredana e il neonato Sergio. L’ultimo piano non aveva un bagno con wc; questo licit, una buca profonda e puzzolente d’aglio, si trovava in uno stanzino esterno dal quale una traballante passerella portava a un “orto”, dov’erano un grande mandorlo e un lavatoio, sempre vuoto. Ma, da quest’orto, si poteva facilmente uscire verso il “Serrappuccio e il “selvatico”, paradiso di giochi, di fiori  e di frutti ed anche luogo dell’immaginazione. Vi ho abitato per tre anni felici nonostante una pleurite dalla quale mi salvò una delle prime iniezioni di penicillina nella storia del paese! Oggi in tutto quell’alto palazzo abita soltanto un vecchio marocchino, ammalato, non si sa come approdato a Castelnuovo. Menotti, Garibaldo, Elvira, Nelia, Terzo, Paolino, Dantina, Adelmo, Feria, Bimas, Gino, Iris, Jolanda, Eleonora, Luigi, Filomena, Enélida, Renzo son morti. Mauro abita a Piombino e Gabriella nei dintorni di Pisa; Diana abita a Pomarance, Maria, ammalata, e vedova, abita a Castelnuovo e non la vedo da decenni; Torquato e Adele non so se sono vivi, né dove abitino, ed io sono qui, a scrivere di cose che non interessano a nessuno.