giovedì 16 febbraio 2012
martedì 14 febbraio 2012
Una foto un po' greca!
Stelios e Marinela, i sei viaggi e soggiorni in Grecia, il legame culturale e vivo con il popolo greco e la sua travagliata storia moderna, questo immenso peso del passato, mi hanno reso malinconico, adesso che la Grecia perde identità e dignità sull'altare del fallimento mondiale del Capitalsmo, mentre non lo spettro del Comunismo, si agira per il mondo, ma lo spettro della guerra finanziaria e dei killer elettromagnetici globali e virtuali, mostrando i muscoli e preparandosi alla Terza guerra mondiale che vedrà non vincitori e vinti, ma una catastrofe inimmaginabile. E' la malinconia che mi fa postare questa immagine.
Grecia
nel cuore
Muri bianchi di calce, ragnatele di
pietra
sui monti selvaggi, monasteri appesi
all’azzurro
tra cielo e terra dove l’uom s’eterna
nelle forme del marmo rosato;
il passato negli occhi
di una donna bellissima a Epidauro,
isole e fiori, aranci di Tirinto, mare,
strano dei Mani il paese
e rosse ciliegie che adornarono
dei Dori i volti biondi e forti;
le tombe dei morti re e le maschere
d’oro tra storia e memoria
rivivono e si disfanno nell’incontro
d’amore sognato,
sole, falce, martello, speranza,
ricordo,
dolore
Grecia
nel cuore
desiderio placato nella tiepida sera
che porta stelle nuove nel cielo
turchese
e s’apre al futuro.
Qualcosa bolle in pentola
Qualcosa bolle
in pentola!
Più che della
“pentola” ho un ricordo lontano del “paiolo” di rame sempre attaccato alla
catena del camino, perennemente in bollore, estate ed inverno, perché nel ciclo
delle stagioni c’era sempre qualcosa da cuocere, ad esempio il latte, le
barbabietole, le castagne, le patate, la polenta…o la carne di pecora e di
maiale… In questo ricordo lontano mi vedo, insieme ad un gruppetto di mocciosi
coetanei, quattro o cinque, tra i quali mia sorella e mia zia, quest’ultima più
grande di me di solo un anno, una volta che dal paiolo tutta la ricotta era
stata estratta e non ci restava che un siero torbido, armati di mestoli pescare
fino all’ultimo residuo solido di cosa restava della bollitura del latte in un liquido
detto “scotta”. Anche la “scotta” si serbava, sia per mescolarla con un po’ di semola
per i maiali, sia per sorseggiarla noi,
moderatamente, dato che “scioglieva il corpo”.
Ma, credo, che
questi ricordi lontani non interessino a nessuno, troppi anni sono passati da
allora! Se la pentola o il paiolo si equiparano alla “vita”, che c’è di nuovo, oggi,
che a fuoco morto o vivo, si agiti, gorgogli, mandi nell’aria segnali di vapore
ecc. ecc.? Cosa bolle e cuoce in pentola? E’ una domanda solo apparentemente
banale, alla quale confesso di non saper rispondere. Sono “vivo” (cogito, ergo
sum!), quindi il fuoco è acceso e la pentola, con l’acqua che ci rimane, sta
bollendo. Ma cosa ci sia nell’acqua, prodotti vegetali, o incantesimi e sogni,
oppure sostanze commestibili…non lo so’. Non ho parlato di attese e speranze,
che ribollono nella giovinezza. E nemmeno di tristezze, malattie, solitudini,
dell’estrema vecchiezza. Il filo invisibile che lega al mio numerosi sparsi
destini, benché non strappato, non è in tensione, ma potrebbe tendersi
all’improvviso per un volontario o involontario moto. Ed allora ecco che la
pentola delle Parche riprenderebbe vivacità.
Potrei dirvi, abusando della
vostra pazienza, la novella della bella Rosina (che nel pentolone ci trovò
l’amore):
“…C’era una volta, nei tempi
passati, un pover’ uomo che rimase vedovo. La moglie gli lasciò una bella
bambina, di nome Rosina. Per campare la vita fu costretto a riprender moglie
dalla quale ebbe una seconda figlia, che fu chiamata, impropriamente, Assunta. Dopo
qualche anno anche il padre di Rosina morì per il troppo lavoro e per le
cattiverie della nuova moglie. Le bambine crescevano insieme, ma mentre Rosina
era bella, solare e garbata, Assunta era brutta, nera come un tizzo di carbone
e maleducata. Assunta si struggeva d’invidia vedendo la grazia e la bellezza di
Rosina e non voleva più andare al villaggio insieme a lei. La matrigna, che
vedeva la figlia deperire per l’invidia, pensò di mandare Rosina a pascolare le
vacche sulle remote pasture della montagna. Mentre le parava doveva filare
cento rocche di canapa, e se la sera fosse tornata senza canapa filata e con le
vacche affamate l’avrebbe picchiata tanto da farla diventare, picchia oggi e
picchia domani, più brutta di Assunta. Lassù alla malga Rosina disse alle
vacche: “Vaccherelle mie, come farò a segarvi l’erba e a governarvi se ho da
filare cento rocche di canapa?” Allora la più vecchia delle vacche così le
parlò: “Non sgomentarti Rosina, tu falcia il fieno per noi e noi ti fileremo la
canapa. Basta che tu ce l’ordini con queste parole”:
Vacchicina, vacchicina,
con la bocca fila fila,
con le corna annaspa, annaspa,
fammi presto la matassa.
E quella sera le vacche
ritornarono alla stalla contente e satolle e la canapa era tutta filata. La
matrigna digrignava i denti dalla rabbia e l’avrebbe mangiata viva. Ma dovette
rassegnarsi. Il giorno dopo e per altri giorni ancora si ripeté la stessa
storia. Allora Assunta disse alla madre: “madre ho voglia di mangiare
raperonzoli. Stasera mandate Rosina a coglierli nel campo dell’Orco, lui la
scoprirà e la mangerà!” Detto fatto. Così la Rosina si mise ad andare di notte, scavalcò la
siepe ed entrò nel campo dell’Orco. Non aveva fatto a tempo a sbarbare i
raperonzoli quand’ecco l’Orco che arriva,annusando qua e là:
Ucci ucci
sento odor di cristianucci
o ce n’è o ce n’è stati
se li trovo rimpiattati
me li mangio tutti!
E cercava, tirando su con il
naso, cercava, fino a quando, dietro una grossa rapa vide la bambina. Svelto la
chiappò e la mise nel suo sacco. Intanto cominciò a gridare con la sua voce
tonante:
Catera, metti al foco la caldera
che la Rosina ho chiappo!
Meglio per noi, perché, come
sappiamo, la storia avrà un lieto fine e l’Orco e Catera, resteranno a bocca
asciutta. Rosina, protetta dalla Fata che già l’aveva aiutata trasformandosi
nella vecchia vacca, teneva con se una
bacchettina fatata, ben nascosta nella tasca del suo vestitino e che le dava
coraggio. Intanto nella casa dell’Orco c’era acceso un gran fuoco e sopra il
fuoco bolliva un enorme pentolone, che Catera rumava continuamente aggiungendo
all’acqua erbe aromatiche per insaporirla. Alla vista di Rosina le venne l’acquolina
in bocca, ma prima c’era da fare il pane, e il forno era acceso da tempo e i
ceppi erano ormai diventati ardenti carboni. “Rosina metti il pane in forno!” gli
comandò. Detto questo la prese sgarbatamente per un braccio e ce l’avvicinò,
fin quasi a farla lambire dalle braci che avvampavano. “Infilati dentro e
guarda se è ben caldo perché dobbiamo infornare il pane!” (Così, mentre Rosina saliva
dentro il forno lei l’avrebbe chiuso facendocela arrostire viva!) Come si sa
alle Orchesse piace molto di più l’arrosto che non il lesso! Ma con la sua
bacchettina fatata Rosina non ebbe paura e gli rispose: “Non so come fare ad
entrarci!” “Brutta sciocca, guarda com’è grande l’apertura, potrei entrarci
anch’io!” E detto questo si avvicino alla bocca del forno: Rosina non fece
complimenti, la prese per il culo e ce le ficcò dentro. Poi chiuse il forno e
tirò il catenaccio. Uh! Che urla orribili emetteva Catera! Ed ecco arrivare
l’Orco richiamato da quelle grida spaventose. Fece per agguantare Rosina che
con in mano la sua bacchettina disse:
Orco cattivo Orco birbone
ficcati dentro il pentolone!
A questo comando l’Orco si tuffò
nell’acqua bollente dalla quale tornò immediatamente a galla trasformato in un
bellissimo Principe biondo, tutto vestito d’oro e di broccato. L’incantesimo
che l’aveva trasformato in Orco era svanito con la morte della malvagia strega.
Si può aggiungere, che il giovane Principe s’innamorò a prima vista di Rosina e
che questo amore venne ricambiato. E quando fu il tempo e i due giovani
cresciuti, fu fatto una magnifico sposalizio e un banchetto che durò sette
giorni e sette notti! Pive, fagotti e cornamuse suonarono armoniosamente, e
furon servite le vivande: i quattro quarti del montone che portò Elle e Frisso
per lo stretto della Propontide; i due caprioli della celebre capra Amaltea,
nutrice di Giove; i piccoli di quella cerbiatta Egeria, consigliera di Numa
Pompilio; sei paperi covati da quella degna oca Ilmatica la quale col suo canto
salvò la Rocca Tarpea
di Roma; i maialini di Troia; il vitello della vacca Ino, così mal guardata da
Argo; il polmone di quella volpe che Nettuno e Vulcano avevano così mal fatata,
a quanto dice Giulio Polluce, “in Canibus”; il cigno nel quale si convertì
Giove per amore di Leda; il bue Api, di Menfi in Egitto che rifiutò di prender
cibo nella mano di Cesare Germanico, e sei di quei buoi rubati da Caco e
recuperati da Ercole; i due capretti che Coridone salvò per amore di Alexis; il
cinghiale erimantico, olimpico e colidonio; i cremasteri del toro tanto amato
da Pasifae; il cervo nel quale fu trasformato Atteone; il fegato dell’orsa
Calisto. E poi: trentasei primi tra i quali i deliziosi “stronzi fini alla
sberlottina”, la “promerdis, vivanda sovrana”,
e delle “cornamcuse, rivestite di brezza”. Come secondo servizio furon portati
cinquanta piatti, tra i quali, particolarmente apprezzati: il “cacciucco di
pecora all’erbe fini”, “la “testina di cinghiale in salmì”, le “budellina
d’agnello alla Marsicana”, le “coglie di vitello trefolate alla maniera antica”, il “lardo
d’asino”, i “lippe-lappe”, e la “marmittaglia in pisciaforte”; per ultimo furon
portati ventinove stuzzichini per
alimentar l’appetito, tra i quali: “la neve dell’an passato”, la “pica candita”,
“l’uccabarucca” e dei “soffiaminculo”. Come dessert giunse, graziosamente
sorretto da due splendide fanciulle, un gran vassoio di merda coperto di stronzi
fioriti: che era un gran piatto pieno di miel bianco, rivestito d’uno strato di
aranci canditi, e come contorno, teglioni di “Pionono“, giunto per l’occasione
dal paesello di Santa Fe nell’Andalusia e immense zuppiere di “latte alla
portoghese”. La bevanda fu servita in tirlarigotti, bel vasellame antico, e fu
un beveraggio assai gradevole e inebriante. Finito il pranzo furon levate tutte
le tavole e allora suonando più melodiosamente di prima i menestrelli, fu
comandato dal maestro delle Feste un “passo doppio” e dopo, al suono divino
delle pive, tutti i commensali danzarono in vario modo le duecento e più
ballate, tutte originali di quel ricco Paese, tra le quali destarono
ammirazione “Si, sono assai procace…”, “qui venite a toccarmi o buon curato…”, ”all’ombra di un boschetto,
sull’erbetta…”, “Guglielmino vien quà, morbido è il saccone…” e soprattutto
“Pellegrin che vien da Roma…”, la “Ciaccona”, “l’ortolano e le dolci
monacelle…” e infine, per conclusione, “la
mia voglia è sol d’amare!” Si seppe poi che per magia delle danze e degli
abbracciamenti più di trecento giovani e fanciulle convolarono di li a poco al
talamo nuziale.
Così finirono tutti i guai per la
dolce Rosina ed i due principi vissero insieme per tutta la vita felici e contenti
in un reame lontano lontano, mentre di Assunta e della matrigna si persero le
tracce fino a quando non giunse la notizia che erano state trasformate in un
sasso tondo ed in un osso di morto, per l’eternità, ossia fino a che il mondo
dei sogni esisterà.
La pentola bolle,
alla fiamma fiammante,
in attesa noi siamo
quassù all’Aquilante!
La mia fiaba v’ho detto
laggiù corre un sorcetto
prendigli il pelliccione
e fatti un berrettone!
Stretta è la foglia
largo il bocciolo
con la pelle del culo
faremo un bel lenzuolo!
Stretta è la foglia
larga la via
dite la vostra
che ho detto la mia!
Scritta a otto mani da Karl,
Bruder Grimm e dal divino maestro Rabelais, per il PIL di Belforte,
all’Aquilante, nel territorio senese.
sabato 11 febbraio 2012
venerdì 10 febbraio 2012
La dignità
(particolare) Conservato
presso
Carmignano (Prato)
Da un po' di tempo mi ritrovo spesso a pensare
alla mia nonna paterna. Donna fortissima, ostinatamente paziente. Proveniva da
una famiglia piuttosto benestante, ricchi proprietari terrieri, ma ebbe la
sventura di sposare un uomo dedito al gioco d'azzardo. La sua dote e l'eredità
cospicua di cui avrebbe potuto godere furono devastate dallo stile di vita di
mio nonno. Era un uomo molto bello, due occhi grigi quasi trasparenti, senza
colore, gelidi nella vecchia foto del cimitero. La lasciò giovane e sola ad
allevare sei maschi e governare una terra difficile. Negli anni che precedettero
il secondo conflitto mia nonna saliva ogni giorno a piedi lungo una mulattiera
ampia e molto trafficata, tra il via vai di animali, di uomini e donne, e
camminando con passo costante arrivava fino ai gradini della porta della mia
bisnonna materna. Si sedeva poco distante da quella soglia, su un poggetto
ricoperto d'erba, senza dire una parola ed aspettava. La mia bisnonna materna,
donna sensibilissima e molto generosa, usciva poco dopo sulla porta e la
salutava con calore, come si fosse trattato di una visita del tutto inattesa e
anche per questo molto gradita. Usciva di casa sempre con un cestino in mano o
un telo in cui, a suo dire per pura combinazione, c'era sempre qualcosa di cui
non avrebbe avuto il tempo di occuparsi: uova che le galline avevano scodellato
con troppa generosità, patate troppo piccole da sbucciare in una giornata
indaffarata.... Metteva quel piccolo tesoro nella sporta di mia nonna,
pregandola di accettare, ringraziandola per la possibilità che le veniva
concessa di disfarsi di quel ben di Dio senza incorrere nel grave peccato di
sprecarlo per incuria. Mia madre, bambina, assisteva a quella scena ogni giorno
e me l'ha raccontata mille volte. Ho cercato spesso di immaginarla. Conosco bene
quel poggetto, gli scalini, la casa, mi sono seduta lassù molte volte ad
osservare l'erba tremante per il vento che non smette mai di soffiare e che
certo scompigliava i capelli nerissimi di mia nonna, il suo grembiule nero e la
gonna scura. Conosco i volti della nonna e della bisnonna e certe volte ho
creduto davvero di vederle, di incrociarne lo sguardo complice e solidale che
suggellava ogni giorno quell'incontro fintamente casuale. Mia madre mi ha
raccontato questa scena senza altro commento che una inevitabile sottolineatura
della profonda umiltà di mia nonna paterna e del suo senso di protezione nei
confronti dei suoi figli. Ancora me la racconta, dicendomi di pensare a cosa
potesse significare svegliarsi senza cibo con cui nutrire i propri bambini,
senza altra risorsa che le proprie gambe e il buon cuore di qualcuno. Crescendo
però ho aggiunto a mia volta un significato a questa immagine, che emerge ogni
tanto liberamente dal mio subconscio, come una consolazione. Me la tengo davanti
agli occhi, chiara e leggibile, ogni volta che ho bisogno di ricordare con
precisione cosa sia la dignità.
venerdì 10 febbraio 2012
Ritratto
A Antonio Machado
Ho
succhiato il latte materno con la Cenerentola di Rossini,
e
appena svezzato ho masticato il fiele della solitudine;
tra
i paleri e le ginepraie son cresciuto mirando nel cielo
il
volo del falco sulle pasture, ascoltando il belar degli agnelli
e
il frinir delle cicale; vicende che non voglio evocare.
Poco
più che bambino son fuggito verso nuovi lidi,
misteriosi
approdi con il tepore di nidi, in
cerca d’amore.
Son
cresciuto troppo presto, nel male e nel bene, un segreto
ho
celato nel cuore d’Arlecchino. Brevi studi non m’hanno
dissetato,
da solo ho scoperto d’esser poeta e delle parole
innamorato,
del pruno e ginestra, biscia e sorgente, mago
e
cerbiatto, dimesso cantore. Una fabbrica m’ha inghiottito
mentre
ancora vestivo i pantaloni corti, le
scarpe chiodate,
il
cappotto del nonno morto rivoltato con cura
e
là s’è acquietata la mia pena, tra gli uomini azzurri
e
le rosse bandiere: con loro ho sfidato l’ansia primigenia
e
la paura di restar solo. Ho amato instancabilmente, e riamato
ho
goduto d'inimmaginata fortuna, sempre la bellezza
ho
avuto a lato e la dolcezza dei baci
riassaporo,
ora
che vecchio, delle voci ne ascolto solo una , quella
profonda
che m’appartiene. E’ la voce del canto che
non
m’ha tradito; disgiunta da me stesso e
dai miei
errori
vorrei affidarla pura ai miei bambini. Loro ancora
mi
vedono bello come un dio, e sapiente, ardimentoso,
spada
excalibur e scudo, buffone e invincibile
cavalcare
il tempo, immortale e antidoto d’ogni male.
Verrà
presto il dì dell’ultimo viaggio – nemmeno io conosco
il
come e il quando -, ma non tarderà, e me ne andrò
come tutti, senza
valige e fagotti, lasciando
un’invisibile
scia di sogni.
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