martedì 14 febbraio 2012


Una foto un po' greca!

Stelios e Marinela, i sei viaggi e soggiorni in Grecia, il legame culturale e vivo con il popolo greco e la sua travagliata storia moderna, questo immenso peso del passato, mi hanno reso malinconico, adesso che la Grecia perde identità e dignità sull'altare del fallimento mondiale del Capitalsmo, mentre non lo spettro del Comunismo, si agira per il mondo, ma lo spettro della guerra finanziaria e dei killer elettromagnetici globali e virtuali, mostrando i muscoli e preparandosi alla Terza guerra mondiale che vedrà non vincitori e vinti, ma una catastrofe inimmaginabile. E' la malinconia che mi fa postare questa immagine.






Grecia nel cuore

Muri bianchi di calce, ragnatele di pietra
sui monti selvaggi, monasteri appesi all’azzurro
tra cielo e terra dove l’uom s’eterna
nelle forme del marmo rosato;

il passato negli occhi
di una donna bellissima a Epidauro,
isole e fiori, aranci di Tirinto, mare,
strano dei Mani il paese
e rosse ciliegie che adornarono
dei Dori i volti biondi e forti;

le tombe dei morti re e le maschere
d’oro tra storia e memoria
rivivono e si disfanno nell’incontro
d’amore sognato,
sole, falce, martello, speranza, ricordo,
dolore
                Grecia nel cuore
desiderio placato nella tiepida sera
che porta stelle nuove nel cielo turchese
e s’apre al futuro.


Καζαντζίδης - Εγώ πονώ για σένα


Qualcosa bolle in pentola
  
Qualcosa bolle in pentola!
Più che della “pentola” ho un ricordo lontano del “paiolo” di rame sempre attaccato alla catena del camino, perennemente in bollore, estate ed inverno, perché nel ciclo delle stagioni c’era sempre qualcosa da cuocere, ad esempio il latte, le barbabietole, le castagne, le patate, la polenta…o la carne di pecora e di maiale… In questo ricordo lontano mi vedo, insieme ad un gruppetto di mocciosi coetanei, quattro o cinque, tra i quali mia sorella e mia zia, quest’ultima più grande di me di solo un anno, una volta che dal paiolo tutta la ricotta era stata estratta e non ci restava che un siero torbido, armati di mestoli pescare fino all’ultimo residuo solido di cosa restava della bollitura del latte in un liquido detto “scotta”. Anche la “scotta” si serbava, sia per mescolarla con un po’ di semola per i maiali, sia per sorseggiarla noi,  moderatamente, dato che  “scioglieva il corpo”.
Ma, credo, che questi ricordi lontani non interessino a nessuno, troppi anni sono passati da allora! Se la pentola o il paiolo si equiparano alla “vita”, che c’è di nuovo, oggi, che a fuoco morto o vivo, si agiti, gorgogli, mandi nell’aria segnali di vapore ecc. ecc.? Cosa bolle e cuoce in pentola? E’ una domanda solo apparentemente banale, alla quale confesso di non saper rispondere. Sono “vivo” (cogito, ergo sum!), quindi il fuoco è acceso e la pentola, con l’acqua che ci rimane, sta bollendo. Ma cosa ci sia nell’acqua, prodotti vegetali, o incantesimi e sogni, oppure sostanze commestibili…non lo so’. Non ho parlato di attese e speranze, che ribollono nella giovinezza. E nemmeno di tristezze, malattie, solitudini, dell’estrema vecchiezza. Il filo invisibile che lega al mio numerosi sparsi destini, benché non strappato, non è in tensione, ma potrebbe tendersi all’improvviso per un volontario o involontario moto. Ed allora ecco che la pentola delle Parche riprenderebbe vivacità.

Potrei dirvi, abusando della vostra pazienza, la novella della bella Rosina (che nel pentolone ci trovò l’amore):

“…C’era una volta, nei tempi passati, un pover’ uomo che rimase vedovo. La moglie gli lasciò una bella bambina, di nome Rosina. Per campare la vita fu costretto a riprender moglie dalla quale ebbe una seconda figlia, che fu chiamata, impropriamente, Assunta. Dopo qualche anno anche il padre di Rosina morì per il troppo lavoro e per le cattiverie della nuova moglie. Le bambine crescevano insieme, ma mentre Rosina era bella, solare e garbata, Assunta era brutta, nera come un tizzo di carbone e maleducata. Assunta si struggeva d’invidia vedendo la grazia e la bellezza di Rosina e non voleva più andare al villaggio insieme a lei. La matrigna, che vedeva la figlia deperire per l’invidia, pensò di mandare Rosina a pascolare le vacche sulle remote pasture della montagna. Mentre le parava doveva filare cento rocche di canapa, e se la sera fosse tornata senza canapa filata e con le vacche affamate l’avrebbe picchiata tanto da farla diventare, picchia oggi e picchia domani, più brutta di Assunta. Lassù alla malga Rosina disse alle vacche: “Vaccherelle mie, come farò a segarvi l’erba e a governarvi se ho da filare cento rocche di canapa?” Allora la più vecchia delle vacche così le parlò: “Non sgomentarti Rosina, tu falcia il fieno per noi e noi ti fileremo la canapa. Basta che tu ce l’ordini con queste parole”:

Vacchicina, vacchicina,
con la bocca fila fila,
con le corna annaspa, annaspa,
fammi presto la matassa.

E quella sera le vacche ritornarono alla stalla contente e satolle e la canapa era tutta filata. La matrigna digrignava i denti dalla rabbia e l’avrebbe mangiata viva. Ma dovette rassegnarsi. Il giorno dopo e per altri giorni ancora si ripeté la stessa storia. Allora Assunta disse alla madre: “madre ho voglia di mangiare raperonzoli. Stasera mandate Rosina a coglierli nel campo dell’Orco, lui la scoprirà e la mangerà!” Detto fatto. Così la Rosina si mise ad andare di notte, scavalcò la siepe ed entrò nel campo dell’Orco. Non aveva fatto a tempo a sbarbare i raperonzoli quand’ecco l’Orco che arriva,annusando qua e là:

Ucci ucci
sento odor di cristianucci
o ce n’è o ce n’è stati
se li trovo rimpiattati
me li mangio tutti!

E cercava, tirando su con il naso, cercava, fino a quando, dietro una grossa rapa vide la bambina. Svelto la chiappò e la mise nel suo sacco. Intanto cominciò a gridare con la sua voce tonante:

Catera, metti al foco la caldera
che la Rosina ho chiappo!

Meglio per noi, perché, come sappiamo, la storia avrà un lieto fine e l’Orco e Catera, resteranno a bocca asciutta. Rosina, protetta dalla Fata che già l’aveva aiutata trasformandosi nella vecchia vacca,  teneva con se una bacchettina fatata, ben nascosta nella tasca del suo vestitino e che le dava coraggio. Intanto nella casa dell’Orco c’era acceso un gran fuoco e sopra il fuoco bolliva un enorme pentolone, che Catera rumava continuamente aggiungendo all’acqua erbe aromatiche per insaporirla. Alla vista di Rosina le venne l’acquolina in bocca, ma prima c’era da fare il pane, e il forno era acceso da tempo e i ceppi erano ormai diventati ardenti carboni. “Rosina metti il pane in forno!” gli comandò. Detto questo la prese sgarbatamente per un braccio e ce l’avvicinò, fin quasi a farla lambire dalle braci che avvampavano. “Infilati dentro e guarda se è ben caldo perché dobbiamo infornare il pane!” (Così, mentre Rosina saliva dentro il forno lei l’avrebbe chiuso facendocela arrostire viva!) Come si sa alle Orchesse piace molto di più l’arrosto che non il lesso! Ma con la sua bacchettina fatata Rosina non ebbe paura e gli rispose: “Non so come fare ad entrarci!” “Brutta sciocca, guarda com’è grande l’apertura, potrei entrarci anch’io!” E detto questo si avvicino alla bocca del forno: Rosina non fece complimenti, la prese per il culo e ce le ficcò dentro. Poi chiuse il forno e tirò il catenaccio. Uh! Che urla orribili emetteva Catera! Ed ecco arrivare l’Orco richiamato da quelle grida spaventose. Fece per agguantare Rosina che con in mano la sua bacchettina disse:

Orco cattivo Orco birbone
ficcati dentro il pentolone!

A questo comando l’Orco si tuffò nell’acqua bollente dalla quale tornò immediatamente a galla trasformato in un bellissimo Principe biondo, tutto vestito d’oro e di broccato. L’incantesimo che l’aveva trasformato in Orco era svanito con la morte della malvagia strega. Si può aggiungere, che il giovane Principe s’innamorò a prima vista di Rosina e che questo amore venne ricambiato. E quando fu il tempo e i due giovani cresciuti, fu fatto una magnifico sposalizio e un banchetto che durò sette giorni e sette notti! Pive, fagotti e cornamuse suonarono armoniosamente, e furon servite le vivande: i quattro quarti del montone che portò Elle e Frisso per lo stretto della Propontide; i due caprioli della celebre capra Amaltea, nutrice di Giove; i piccoli di quella cerbiatta Egeria, consigliera di Numa Pompilio; sei paperi covati da quella degna oca Ilmatica la quale col suo canto salvò la Rocca Tarpea di Roma; i maialini di Troia; il vitello della vacca Ino, così mal guardata da Argo; il polmone di quella volpe che Nettuno e Vulcano avevano così mal fatata, a quanto dice Giulio Polluce, “in Canibus”; il cigno nel quale si convertì Giove per amore di Leda; il bue Api, di Menfi in Egitto che rifiutò di prender cibo nella mano di Cesare Germanico, e sei di quei buoi rubati da Caco e recuperati da Ercole; i due capretti che Coridone salvò per amore di Alexis; il cinghiale erimantico, olimpico e colidonio; i cremasteri del toro tanto amato da Pasifae; il cervo nel quale fu trasformato Atteone; il fegato dell’orsa Calisto. E poi: trentasei primi tra i quali i deliziosi “stronzi fini alla sberlottina”, la “promerdis, vivanda sovrana”,  e delle “cornamcuse, rivestite di brezza”. Come secondo servizio furon portati cinquanta piatti, tra i quali, particolarmente apprezzati: il “cacciucco di pecora all’erbe fini”, “la “testina di cinghiale in salmì”, le “budellina d’agnello alla Marsicana”, le “coglie di vitello  trefolate alla maniera antica”, il “lardo d’asino”, i “lippe-lappe”, e la “marmittaglia in pisciaforte”; per ultimo furon portati  ventinove stuzzichini per alimentar l’appetito, tra i quali: “la neve dell’an passato”, la “pica candita”, “l’uccabarucca” e dei “soffiaminculo”. Come dessert giunse, graziosamente sorretto da due splendide fanciulle, un gran vassoio di merda coperto di stronzi fioriti: che era un gran piatto pieno di miel bianco, rivestito d’uno strato di aranci canditi, e come contorno, teglioni di “Pionono“, giunto per l’occasione dal paesello di Santa Fe nell’Andalusia e immense zuppiere di “latte alla portoghese”. La bevanda fu servita in tirlarigotti, bel vasellame antico, e fu un beveraggio assai gradevole e inebriante. Finito il pranzo furon levate tutte le tavole e allora suonando più melodiosamente di prima i menestrelli, fu comandato dal maestro delle Feste un “passo doppio” e dopo, al suono divino delle pive, tutti i commensali danzarono in vario modo le duecento e più ballate, tutte originali di quel ricco Paese, tra le quali destarono ammirazione “Si, sono assai procace…”, “qui venite a toccarmi  o buon curato…”, ”all’ombra di un boschetto, sull’erbetta…”, “Guglielmino vien quà, morbido è il saccone…” e soprattutto “Pellegrin che vien da Roma…”, la “Ciaccona”, “l’ortolano e le dolci monacelle…” e infine, per conclusione,  “la mia voglia è sol d’amare!” Si seppe poi che per magia delle danze e degli abbracciamenti più di trecento giovani e fanciulle convolarono di li a poco al talamo nuziale.

Così finirono tutti i guai per la dolce Rosina ed i due principi vissero insieme per tutta la vita felici e contenti in un reame lontano lontano, mentre di Assunta e della matrigna si persero le tracce fino a quando non giunse la notizia che erano state trasformate in un sasso tondo ed in un osso di morto, per l’eternità, ossia fino a che il mondo dei sogni esisterà.

La pentola bolle,
alla fiamma fiammante,
in attesa noi siamo
quassù all’Aquilante!

La mia fiaba v’ho detto
laggiù corre un sorcetto
prendigli il pelliccione
e fatti un berrettone!
  
Stretta è la foglia
largo il bocciolo
con la pelle del culo
faremo un bel lenzuolo!

Stretta è la foglia
larga la via
dite la vostra
che ho detto la mia!

Scritta a otto mani da Karl, Bruder Grimm e dal divino maestro Rabelais, per il PIL di Belforte, all’Aquilante, nel territorio senese.

sabato 11 febbraio 2012


venerdì 10 febbraio 2012

La dignità

(particolare) Conservato presso 
Carmignano (Prato)

Da un po' di tempo mi ritrovo spesso a pensare alla mia nonna paterna. Donna fortissima, ostinatamente paziente. Proveniva da una famiglia piuttosto benestante, ricchi proprietari terrieri, ma ebbe la sventura  di sposare un uomo dedito al gioco d'azzardo. La sua dote e l'eredità cospicua di cui avrebbe potuto godere furono devastate dallo stile di vita di mio nonno. Era un uomo molto bello, due occhi grigi quasi trasparenti, senza colore, gelidi nella vecchia foto del cimitero. La lasciò giovane e sola ad allevare sei maschi e governare una terra difficile. Negli anni che precedettero il secondo conflitto mia nonna saliva ogni giorno a piedi lungo una mulattiera ampia e molto trafficata, tra il via vai di animali, di  uomini e donne, e camminando con passo costante arrivava fino ai gradini della porta della mia bisnonna materna. Si sedeva poco distante da quella soglia, su un poggetto ricoperto d'erba, senza dire una parola ed aspettava. La mia bisnonna materna, donna sensibilissima e molto generosa, usciva poco dopo sulla porta e la salutava con calore, come si fosse trattato di una visita del tutto inattesa e anche per questo molto gradita. Usciva di casa sempre con un cestino in mano o un telo in cui, a suo dire per pura combinazione, c'era sempre qualcosa di cui non avrebbe avuto il tempo di occuparsi: uova che le galline avevano scodellato con troppa generosità, patate troppo piccole da sbucciare in una giornata indaffarata.... Metteva quel piccolo tesoro nella sporta di mia nonna, pregandola di accettare, ringraziandola per la possibilità che le veniva concessa di disfarsi di quel ben di Dio senza incorrere nel grave peccato di sprecarlo per incuria. Mia madre, bambina, assisteva a quella scena ogni giorno e me l'ha raccontata mille volte. Ho cercato spesso di immaginarla. Conosco bene quel poggetto, gli scalini, la casa, mi sono seduta lassù molte volte ad osservare l'erba tremante per il vento che non smette mai di soffiare e che certo  scompigliava i capelli nerissimi di mia nonna, il suo grembiule nero e la gonna scura. Conosco i volti della nonna e della bisnonna e certe volte ho creduto davvero di vederle, di incrociarne lo sguardo complice e solidale che suggellava ogni giorno quell'incontro fintamente casuale. Mia madre mi ha raccontato questa scena senza altro commento che una inevitabile sottolineatura della profonda umiltà di mia nonna paterna e del suo senso di protezione nei confronti dei suoi figli. Ancora me la racconta, dicendomi di pensare a cosa potesse significare svegliarsi senza cibo con cui nutrire i propri bambini, senza altra risorsa che le proprie gambe e il buon cuore di qualcuno. Crescendo però ho aggiunto a mia volta un significato a questa immagine, che emerge ogni tanto liberamente dal mio subconscio, come una consolazione. Me la tengo davanti agli occhi, chiara e leggibile, ogni volta che ho bisogno di ricordare con precisione cosa sia la dignità.

venerdì 10 febbraio 2012





Ritratto

                                A Antonio Machado

Ho succhiato il latte materno con la Cenerentola di Rossini,
e appena svezzato ho masticato il fiele della solitudine;
tra i paleri e le ginepraie son cresciuto mirando nel cielo
il volo del falco sulle pasture, ascoltando il belar degli agnelli
e il frinir delle cicale; vicende che non voglio evocare.
Poco più che bambino son fuggito verso nuovi lidi,
misteriosi approdi  con il tepore di nidi, in cerca d’amore.
Son cresciuto troppo presto, nel male e nel bene, un segreto
ho celato nel cuore d’Arlecchino. Brevi studi non m’hanno
dissetato, da solo ho scoperto d’esser poeta e delle parole
innamorato, del pruno e ginestra, biscia e sorgente, mago
e cerbiatto, dimesso cantore. Una fabbrica m’ha inghiottito
mentre ancora vestivo i pantaloni corti, le scarpe chiodate,
il cappotto del nonno morto rivoltato con cura
e là s’è acquietata la mia pena, tra gli uomini azzurri
e le rosse bandiere: con loro ho sfidato l’ansia primigenia
e la paura di restar solo. Ho amato instancabilmente, e riamato
ho goduto d'inimmaginata fortuna, sempre la bellezza
ho avuto a lato  e la dolcezza dei baci riassaporo,
ora che vecchio, delle voci ne ascolto solo una , quella
profonda che m’appartiene. E’ la voce del canto che
non m’ha tradito; disgiunta da me stesso  e dai miei
errori vorrei affidarla pura ai miei bambini. Loro ancora
mi vedono bello come un dio, e sapiente, ardimentoso,
spada excalibur  e scudo, buffone e invincibile
cavalcare il tempo, immortale e antidoto d’ogni male.
Verrà presto il dì dell’ultimo viaggio – nemmeno io conosco
il come e il quando -, ma non tarderà, e me ne andrò 
come tutti, senza valige e fagotti, lasciando
un’invisibile scia di sogni.